Vita donata

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7 giugno 2026

Gv 6,51-58 (Dt 8,2-3; 14b-16a e 1Cor 10,16-17)
Corpo e sangue del Signore
di sorella Silvia

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


Dopo la Pentecoste, compimento della Pasqua, e la festa della Tri-unità di Dio, la liturgia ci conduce oggi a celebrare la memoria del corpo e del sangue del Signore: la sua vita donata.

Quest’anno sostiamo su alcuni versetti del Vangelo secondo Giovanni, versetti tratti dal grande discorso di Gesù sul pane di vita, che segue il racconto di quei cinque pani d’orzo dati insieme ai due pesci alla folla. Per quel poco pane Gesù aveva reso grazie, per quel pane che, condiviso, aveva sovrabbondato.

Gesù è ora con quei giudei che mormoravano contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane della vita”. Gesù non rimane sul piano della discussione, del controbattere. Gesù invece afferma, parla di sé, parla del Padre che lo ha mandato, tanto da poter dire: “Le parole che io vi dico sono spirito e sono vita” (Gv 6,63). Le sue parole sono autorevoli. Per quanto “dure”, difficili da capire, sono “parole di vita eterna”, come sa riconoscere Pietro, perché ha “creduto e conosciuto” (Gv 6,68-69). Prima hanno creduto, si sono fidati, quindi hanno potuto conoscere: quel che è importante nella vita si può comprendere vivendolo.

Gli interlocutori di Gesù mormorano, borbottano, si lamentano nascostamente, come aveva fatto il Popolo d’Israele contro Mosè all’uscita dall’Egitto, come ogni generazione è tentata di fare. Per questo il Deuteronomio ci esorta a fare memoria, a ricordare “tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto … per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). Dio, il Dio della vita, aveva risposto alla mormorazione donando quella misteriosa manna discesa dal cielo che diviene nutrimento quotidiano, vitale ed essenziale come il pane. Il Signore “ti ha nutrito con la manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3).

Dio aveva donato la manna, Gesù dona se stesso, Figlio “disceso dal cielo”. La sua stessa vita è un dono, un donarsi continuo. Gesù invita quanti lo accusano a riconoscere che non era Mosè a dare la manna, bensì Dio stesso, “il Padre”. E lui stesso, Gesù, si identifica nel “pane della vita”, “pane vivo”. Gesù, il Figlio donato all’umanità, la Parola di Dio definitivamente fatta carne.

“Io sono il pane della vita” (Gv 6,35), così Gesù parla qui di se stesso, riprendendo l’“Io sono” del Dio dell’Alleanza antica. Dirà più avanti nello stesso Vangelo, arrivando a sette definizioni, a dire l’interezza, la totalità: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), “Io sono la porta delle pecore” (Gv 10,7), “Io sono il pastore buono” (Gv 10,11.14), “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv 11,25), “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), “Io sono la vite vera” (Gv 15,1).

Nel nostro brano il Signore Gesù si presenta come “pane della vita” e come “pane vivo”, “quello vivente”, mangiando il quale si potrà vivere “in eterno”. Occorre fare attenzione, mi sembra, a cosa possa significare mangiare e a cosa possa significare il vivere “in eterno”.

Mangiare è atto primario che svela molto del modo in cui ciascuno si relaziona con il mondo, con gli altri. Qui viene usato un verbo forte: siamo rimandati al masticare, sminuzzare, gustare: allo stesso modo i padri ci parlano del rapporto con la Scrittura nella lectio divina, Scrittura che va assimilata come cibo, come vero nutrimento. Così possiamo cercare di assimilare il modo di vivere di Gesù, il suo donarsi, al suo essere “per la vita del mondo”.

Vivere “in eterno” ha a che fare con la vita in pienezza, la nostra vita concreta. Certamente resta aperta la prospettiva escatologica, che tutto compie, ma sarebbe riduttivo rimandare tutto a un lontano avvenire. La vita eterna di cui leggiamo nei vangeli ha a che fare con quel Regno di cui parlano i sinottici. È vita in comunione con Gesù, vero volto di Dio, è partecipazione alla vita di relazione tra Padre e Figlio e Spirito, vita aperta a ciascuno e a tutti. È vita da assimilare guardando all’umanità di Gesù, da “mangiare” perché diventi il nostro modo di vivere: un vivere in comunione. “L'uomo diventa ciò che mangia, o, meglio, ciò che ama” (Silvano Fausti).

Dal “pane” Gesù passa a parlare della “carne”, che indica l’uomo nella sua completa umanità. E parla del “sangue”, scandalizzando ulteriormente i suoi uditori.

Con le immagini della carne e del sangue siamo rimandati a guardare al corpo di Gesù il Cristo, corpo donato, consegnato all’umanità intera. E, come ci ricorda Paolo, “poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17), tutti siamo chiamati a fare della nostra vita un dono.


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