Parola folle e parola vana

Foto di Claudio Poggio su Unsplash
Foto di Claudio Poggio su Unsplash

27 agosto 2026

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,17-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 17mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». 20Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».


«Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana» (Ch. Bobin).

E folle sembra la parola del Gesù incamminato verso Gerusalemme, la città che uccide i profeti e lapida quelli che sono stati mandati a lei (cf. Mt 23,37), folle della follia dell’annuncio del «Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23); folle di quella «stoltezza di Dio che è più sapiente degli uomini», e di quella debolezza mortale del Figlio di Dio, che si rivelerà più forte degli uomini (cf. 1Cor 1,25).

È una parola apparentemente folle che annuncia la gloria di Dio sub contraria specie, una gloria che è il rovesciamento dei parametri mondani del successo, della riuscita, del riconoscimento che l’uomo vorrebbe conseguire per sé e per i propri progetti, e che è sempre tentato di proiettare sulle figure messianiche di salvatori potenti e invitti, e quindi anche sull’immagine stessa di un Dio onni-sciente, onni-potente, declinato solo al superlativo.

La gloria che il Cristo riconosce nella propria vita, e che gli viene dal Padre, è quella “consistenza” della sua divino-umanità che non arretra dinanzi alla prospettiva dell’essere consegnato e tradito, abbandonato a quella totale negazione della vita che è la morte procurata per mano di altri uomini; deriso dalle parole, dagli sguardi, dai gesti di chi non sopporta la mitezza dei non-violenti, le parole sussurrate dei giusti, la pacatezza di chi riflette e argomenta, rifiutando di urlare e di imporsi; flagellato e crocifisso, da una violenza che non si ferma ai pensieri, alle parole, alle minacce, ma che viola il corpo, lo oltraggia, e – senza riconoscere nella tenda della nostra carne il tempio dello Spirito (cf. 1Cor 3,16) – lo profana. Eppure, in quell’innalzamento sulla croce si compie la glorificazione del Figlio, che è nel contempo manifestazione della gloria del Padre: perché lì l’amore si mostra nella sua nudità, «fino alla fine» (Gv 13,1), un amore che non trattiene nulla e nessuno, ma tutto dona, aprendo le mani, allargando le braccia, per soffiare vita, consolazione, libertà.

Ma accanto a questa parola folle, di una gloria non capita, sta una parola vana, quella di chi sogna o pretende per sé una gloria mondana, un ruolo, un segno di riconoscimento di un qualche prestigio, una medaglia da appuntarsi sul petto. Una madre che agogna di vedere i suoi figli issati su un piedistallo, forse un sogno di riscatto per una vita anonima; due fratelli che inseguono un’apparenza che, in fondo, si rivela vuota.

A volte la gloria di questo mondo è frutto dell’egoismo, del narcisismo dell’io che non esita a servirsi degli altri, a dominarli, spadroneggiando fino a renderli oggetti o ad abbandonarli con incuranza alla morte. Ma accanto a questo vuoto rivestito di apparenze, si può scorgere forse un altro bisogno di gloria, connaturale all’uomo, e che traspare dalle figure dei figli di Zebedeo: il desiderio e il bisogno di essere riconosciuti. Noi esistiamo se siamo conosciuti, riconosciuti, visti e toccati dall’affetto che gli altri ci porgono. Anche se, non di rado, questo bisogno umano fondamentale può assumere forme spurie, infantili, immature…

Eppure, questo passo evangelico ci ricorda che Gesù non chiama a sé uomini perfetti, “risolti”, ma gente vera, autentica nei loro dubbi, nei loro tentennamenti, nei loro slanci eccessivi, nelle loro sbavature e ruvidità. Il Maestro accetta i discepoli come sono, e li aiuta a camminare con lui, a riconoscere i propri vuoti non colmati, le proprie ferite, le chiusure del proprio cuore, il limite della propria sordità, i brancolamenti dei propri occhi ciechi: giorno dopo giorno, seguendo i passi di Colui che lo precede, il discepolo avanza in un cammino di guarigione e di libertà, che lo chiama a diventare sempre più uomo, amico, discepolo, «in novità di vita» (Rm 6,4). 

un fratello di Bose