“Potete bere il calice che io bevo?”
25 luglio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,17-23 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 17mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: 18«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte 19e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».20Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. 21Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 22Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Durante la sua salita a Gerusalemme per tre volte Gesù annuncia la sua passione, morte e resurrezione. Non soltanto la sua passione e morte, ma ha annunciato anche la sua resurrezione; ha annunciato che per questa via riporta la vittoria sulla sofferenza e sulla morte e dà speranza di salvezza a tutti noi. Se Gesù avesse soltanto sofferto e fosse soltanto morto, allora come dice l’apostolo Paolo, “vana è la nostra fede” e “noi siamo i più miserabili” (1Cor 15,17.19) su tutta la terra. Ma forse anche noi come i discepoli fatichiamo a capire le sue parole. Al primo annuncio è Pietro a ribellarsi; al secondo, sono tutti i discepoli che non capiscono; al terzo annuncio, sono Giacomo e Giovanni, che erano stati così vicini a Gesù, a mostrarsi sordi e ciechi; l’hanno visto agire, l’hanno sentito predicare e non hanno capito niente.
Giacomo e Giovanni sono stati oggetto di una scelta, di una predilezione da parte del loro maestro in diverse occasioni e immediatamente la vocazione diventa pretesto per una rivendicazione. Chiamati a stare con Gesù stravolgono questo appello fino a trasformarlo in pretesa di primato e di potere.
Giacomo e Giovanni in questa pagina del vangelo sono ricordati come “i figli di Zebedeo”; il racconto vuol forse insinuare che in realtà vivono ancora “nella casa del padre”? Che non c’è stato un vero abbandono di un modo di pensare secondo il mondo? Matteo, con fine intuito psicologico fa intervenire la madre che raccomanda i suoi figlioli e chiede a Gesù che li faccia sedere uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra nel suo Regno (cf. Mt 20,20-23). La prospettiva della croce è rimossa: i due discepoli accolgono soltanto la prospettiva della gloria già pregustata al momento della Trasfigurazione. Chiedono a Gesù di farsi servo della loro ambizione, chiedono che si compia la loro volontà. È la totale distorsione della preghiera cristiana.
Nel Padre nostro Gesù ha insegnato a pregare: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10); Giacomo e Giovanni chiedono “Sia fatta la nostra volontà”, ed è forse quello che ci aspettiamo anche noi. È lo stravolgimento del dono e dell’appello a condividere la vita di Gesù fino a trasformarlo in pretesa di primato, fosse pure un primato nel servizio o un primato spirituale.
Gesù è disposto ad ascoltare le richieste dei suoi discepoli: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Quando viene alla luce il loro desiderio profondo, risponde: “Non sapete quello che chiedete”. Hanno visto rivolgere a Gesù tante richieste, ma nessuno ha mai osato tanto! “Non sapete”. Nella preghiera, se è vero e sincero ascolto della parola del Signore, i nostri desideri vengono convertiti, la nostra stessa immagine di Dio viene convertita. Ci facciamo costantemente l’immagine di un Dio forte e onnipotente, che realizza tutte le nostre volontà, e invece non realizza le nostre volontà, ma le sue promesse; ci facciamo un’immagine mondana della gloria di Dio. La gloria di Gesù è dare la vita per amore.
“Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”. In alcuni testi dell’AT il calice è segno di benedizione, ma spesso indica l’amarezza del castigo; nel momento della passione Gesù prega: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice” (Mt 26,39); è il calice dell’agonia, calice della sofferenza causata dalla fedeltà all’amore fino alla fine.
Giacomo e Giovanni alla domanda di Gesù rispondono: “Lo possiamo”. Sono pieni di zelo, capiranno più tardi il prezzo di questa disponibilità. C’è una gradualità nella comprensione della sequela di Gesù. Si va progressivamente sempre più a fondo …
sorella Lisa