Un’obbedienza comune e reciproca
23 giugno 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 3,13-17 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 13Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. 14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». 15Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Gesù si reca dalla Galilea al Giordano al preciso fine di farsi immergere nel Giordano da Giovanni, anche contro la volontà del Battista che “voleva impedirglielo”. L’incontro tra i due è un evento di obbedienza e sottomissione reciproca: Gesù si sottomette all’immersione di Giovanni e Giovanni rinuncia al proprio bisogno spirituale e accetta di immergere Gesù.
L’obbedienza reciproca diviene obbedienza a Dio: la giustizia adempiuta dai due è infatti la realizzazione della volontà di Dio. L’obbedienza viene colta nel suo aspetto adulto e maturo di azione comune e reciproca, non come atto infantile o mortificazione individuale o abdicazione alla propria volontà per adempiere quella di un altro, con i rischi di abuso e di sopraffazione che questo comporta. L’obbedienza qui è evento di comunione e di carità che consente l’adempiersi del disegno divino. È un atto libero, non impersonale, né immotivato, ma relazionale, e che avviene nel riconoscimento reciproco e nell’amore. Il rapporto tra i due è caratterizzato da libertà e franchezza: Giovanni esprime il proprio disaccordo e dice la realtà della propria situazione in rapporto a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu viene a me?”. Ma questo rapporto è caratterizzato anche da maturità, la maturità umana e di fede che porta Giovanni a obbedire a Dio e non al proprio sentire, per quanto legittimo, non al proprio bisogno, per quanto veritiero. Questi non sono negati, ma superati.
L’incontro tra Gesù e Giovanni, due celibi, è particolarmente intenso perché i due uomini di Dio riconoscono la vocazione peculiare l’uno dell’altro. Se Giovanni riconosce di aver bisogno di essere immerso in Spirito santo da Gesù, Gesù riconosce che l’immersione di Giovanni viene da Dio (cf. Mt 21,25) e che il Battista è venuto nella via della giustizia (cf. Mt 21,32). Il criterio che rende libera la relazione è il fare la volontà di Dio. Gesù non si sottomette all’immersione di Giovanni per compiacerlo o per amor di sottomissione e nemmeno per amicizia, ma perché solo così viene realizzata la volontà di Dio. Questo è anche il criterio che deve regnare nella comunità cristiana perché i rapporti siano limpidi, casti, autentici (cf. Mt 7,21; 12,50).
Giovanni è precursore del Messia acconsentendo a Gesù, lasciandolo fare. C’è una forma di efficacia che non è connessa all’intraprendenza o all’agire, ma al non-agire, all’acconsentire e al lasciar fare al Signore. Giovanni fa spazio a Gesù. La fede, come lasciar fare al Signore, è l’attivo e faticoso fare spazio al Signore. È azione su di sé, e questo tipo di azione è la più difficile.
L’azione obbediente di Giovanni è a servizio dell’esperienza di filialità che Gesù vive al momento dell’immersione nel Giordano. Se simbolicamente l’uscire dalle acque rinvia a un evento di nascita, la scena del battesimo allude alla paternità di Dio manifestata dalla voce dal cielo, ma allude anche alla maternità di Dio, simbolizzata dalla ruach, lo Spirito, lo spazio vitale da cui l’uomo trae la vita. Ha scritto il teologo Xavier Durrwell: “Lo Spirito è il seno in cui Dio è fecondo come una madre”.
fratel Luciano