Fa’ lo stesso! Di chi?

Foto di Colin Watts su Unsplash
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25 maggio 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 10,29-37 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, un dottore della Legge 29disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».


Dato che Gesù parla molto in parabole, il nostro lezionario, in queste settimane, ne propone una serie: questa è specifica del vangelo di Luca, che contiene quelle che più rimangono nella memoria collettiva, forse le più belle e immediatamente significative.

Il parlare in parabole è sempre far fiducia a chi ascolta, considerarlo capace di capirle e tirarne le conseguenze; è coinvolgere, far partecipe, rendere soggetto, azione maieutica di “tirare fuori”, possibile solo se c’è uno sguardo positivo sulle capacità di ogni uomo e sull’insegnamento che ci viene dal creato e dalla vita. Solo un cuore indurito, troppo fissato su sé stesso e sulle proprie convinzioni impedisce questo (cf. Lc 8,10; Mt 13,13-15).

Questi versetti sono la parte centrale di un dialogo in cui a domande Gesù risponde con altre domande, facendo emergere il pensiero dell’esperto della Legge, suo interlocutore, e dando a noi una serie di insegnamenti, in un itinerario di comprensione che riassumerei così: il tuo prossimo è colui cui tu ti avvicini, non si tratta di definirlo, ma di esserlo; impara a fidarti del tuo sentire interiore. Nessuna categorizzazione viene prima della capacità di essere umani.
Un’etica che non scaturisce dai “principi” (il samaritano, è scontato per gli ascoltatori, non ne ha o li ha balordi, il sacerdote e il levita li hanno!) ma dal con-soffrire, da uno sconvolgimento interiore, un sentimento che diventa prima un avvicinarsi e subito dopo una serie di scelte operative umano/divine.

Il samaritano non è un professionista del bene, passa per caso e interviene con ciò che pensava di usare per sé; vede come gli altri, ma la sofferenza dell’altro diventa disagio, sofferenza sua, “avviene in lui” e supera ogni autogiustificazione ed isolamento. Di fatto dice: tu non sei solo, perché la tua sofferenza è in parte la mia, arrivando così alla radice della solidarietà!
Carità che scaturisce dalla com-passione, senza spiritualismi, attraverso i sensi: vedere, ascoltare, conoscere la situazione altrui, questo risveglia l’umanità che è in me, il mio essere immagine e somiglianza di Dio, in un percorso esistenziale in cui il profondamente umano e l’autenticamente divino si sintetizzano in carità.
La lettura della tradizione patristica, infatti, è che la parabola è la narrazione di ciò che Dio, in Cristo, fa a ogni uomo ferito, piagato, moribondo e solo! “Questo sentite, ciò che fu in Cristo Gesù” (Fil 2,5)”. “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù, che passò facendo del bene e sanando… perché Dio era con lui” (At 10,38).

Si tratta di imparare a fidarsi di sé, ad agire seguendo il proprio “sentire positivo”, prima ancora che secondo regole e principi di cui proprio il sacerdote e il levita erano portatori, professionisti di Dio abituati a vivere della misericordia altrui (parte dei sacrifici, decime, offerte…). Il testo non ci consegna spiegazioni del loro “passare oltre”, non le ritiene tutto sommato importanti, registra crudamente l’evento così com’è, creando una contrapposizione tra i “migliori ereditari” di Israele (sacerdoti e leviti per nascita!) e il totalmente inadatto per appartenenza, raramente o mai considerato “prossimo”, ma qui capace di agire bene, senza neppure pretendere che tutti facciano come lui: l’albergatore lo paga!

Qualcosa per riflettere, custodire, fare!

fratel Daniele


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