Con la sua vita ci dà la vita
27 aprile 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,48-58 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ad alcuni Giudei: 48«Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Nel dialogo che si svolge nella sinagoga di Cafarnao, Giovanni annota che, a un certo punto, “i Giudei” contestano Gesù per aver detto: “Io sono il pane disceso dal cielo” (Gv 6,41). Come Dio aveva risposto alle mormorazioni dei figli d’Israele nel deserto donando loro la manna, così Gesù risponde alle mormorazioni dei suoi interlocutori con il dono di sé stesso: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
I due verbi “discendere” e “dare” indicano le due modalità costanti dell’esistenza di Gesù. Gesù dà vita scendendo e donando. Gesù è il pane disceso dal cielo, cioè la sua origine è in Dio, ma discendere e abbassarsi è la normalità del suo comportarsi nei confronti dei discepoli e delle persone che incontra, cura, perdona. Gesù narra la “condiscendenza” di Dio nel suo continuo farsi vicino agli uomini. Gesù è “dono di Dio” all’umanità, ma il dono non è restringibile a un momento solo della vita di Gesù, bensì è la modalità stessa del suo vivere quotidiano: Gesù fa del vivere un donare. Questo interpretare la vita come attivo donare, come amare, come spendere la vita per gli altri, è ciò che vince la morte e consente di trovare la propria vita, già ora, nella comunione con il Dio che è amore.
Così, la vita di Gesù è una prassi quotidiana di resurrezione, essendo una vita segnata dall’amore, una vita cioè in cui “donare a” e “scendere verso” sono atti quotidiani. La “vita eterna”, la vita che trova continuità nell’eternità, la vita più profonda del mero esistere, la vita che si sottrae allo sbriciolarsi del tempo, la vita che non può andar persa perché si travasa in coloro che vengono amati e perché si innesta in Colui che ha insegnato che c’è un dare che non è un perdere, ma un entrare nell’ineffabile gioia del donare gioia, è quella sotto il segno dell’amore e inizia già qui e ora. Amare è risorgere, ed è consentire ad altri di rialzarsi, di ricominciare, di “risorgere”.
Quindi il IV evangelista pone in bocca a Gesù queste parole scandalose: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Esse vanno accostate a queste altre: “Chi ascolta la mia parola, ha la vita eterna” (5,24), “Chi crede ha la vita eterna” (6,47). La vita eterna, cioè, la vita in comunione con Gesù, nasce in noi attraverso l’ascoltare, il mangiare, il credere, cioè l’introiettare, l’assimilare e fare nostri la carne e il sangue di Gesù, cioè la sua umanità fragile e viva, la sua unicità preziosa e precaria, attraverso il far diventare - almeno un po’- nostra carne la sua carne, nostro sangue il suo sangue, nostra pratica di umanità la sua pratica di umanità, ma anche facendo diventare nostra sete la sua sete, nostra fame la sua fame, nostro sentire e pensare il suo sentire e pensare.
Perché è in quella carne e in quel sangue, in quel sentire e in quel pensare che Gesù ha narrato Dio. Le parole del nostro testo non vanno dunque immediatamente intese in senso eucaristico. Esse indicano Gesù come colui che rivela il Padre e che può dare la vita al mondo con la sua stessa vita, con l’interpretazione della vita umana che egli ha mostrato all’umanità nella sua concreta esistenza.
fratel Luciano
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