Mani che rivelano i cuori
3 aprile 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 19,38-42 (Lezionario di Bose)
38Dopo la morte di Gesù, Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
Il Vangelo sul quale ci è chiesto di meditare oggi si apre con una notazione temporale: “dopo questi fatti…”. Quanto ci viene narrato segue infatti la narrazione della passione e morte di Gesù in croce: il grande mistero della nostra fede. È al crocifisso che l’evangelista chiede di guardare (cf. Gv 19,37), per contemplare, proprio lì, nel volto sfigurato di un uomo che muore in croce, la “gloria” di Dio, il volto di Dio, la narrazione piena di chi è Dio (cf. Gv 1,18) e di dove si spinge il suo amore.
Venerdì santo: un uomo crocifisso che, proprio morendo, ci dice chi è Dio e ci dice chi è l’uomo. Eppure il venerdì santo non si chiude con la morte di Gesù: “dopo questi fatti” c’è ancora da dire qualcosa, qualcosa su Dio e qualcosa sull’uomo. Qualcosa su Dio innanzitutto: perfino nell’abbassamento estremo l’evangelista Giovanni lascia tracce di chi è il Dio di Gesù, perché il giardino, i profumi, il sepolcro nuovo, sono ciò che era destinato ai re. E poi? E poi sarà la gioia della Pasqua, la gioia della Resurrezione; ma non subito, occorrerà attendere il terzo giorno, lasciare che maturi il frutto dal silenzio del sepolcro.
Ma “dopo questi fatti” c’è da dire qualcosa anche sull’uomo, e questo sì, sarà subito: “dopo questi fatti” c’è la cura pietosa, la cura amorosa di chi cerca di restituire dignità a un corpo sfigurato prima di affidarlo al silenzio del sepolcro.
Nelle ore del venerdì santo Gesù, il corpo di Gesù (soma in greco), ha conosciuto tante mani: mani di uomini che lo hanno preso per incatenarlo, che lo hanno preso per schernirlo e percuoterlo, che lo hanno preso per condurlo su un colle con il peso di una croce sulle spalle; mani che lo hanno inchiodato su quella croce; mani che si sono divise al gioco le vesti che coprivano quel corpo. Mani che hanno afferrato una lancia per colpirlo…
Ma il corpo di Gesù ha conosciuto anche altre mani, ben diverse da queste: mani che anch’esse hanno preso Gesù, ma con tutt’altro sentimento nel cuore. Mani che non hanno legato, inchiodato un corpo a una croce, ma lo hanno sciolto dalla croce; mani che non hanno caricato gli altri di un peso, ma si sono caricate loro del peso del corpo crocifisso; mani che non si sono divise le vesti che coprivano la nudità altrui, ma che, con infinita cura, hanno avvolto il corpo in teli e aromi (oltre trenta chili!) per restituire dignità a quel corpo nudo; mani che lo hanno deposto in un sepolcro nuovo senza paura di contaminarsi anche se era Pasqua (Gv 18,28;19,42); mani che hanno con fatica posto una pietra a sigillo di quel sepolcro, sperando nella “resurrezione dell’ultimo giorno” per quel corpo amato (cf. Gv 11,24).
Sono le mani di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, così diverse dalle mani dei tanti anonimi che il corpo di Gesù lo hanno sfigurato; e così diverse, anche, dalle mani dei discepoli che il corpo di Gesù lo hanno abbandonato. Mani di due uomini non migliori degli aguzzini di Gesù, non migliori dei discepoli di Gesù, ma mani che hanno avuto più coraggio delle mani di aguzzini e discepoli: il coraggio e la libertà del cuore che ama come può, dove può.
E le nostre, che mani sono? Che cuori svelano?
sorella AnnaChiara