La nostra correzione

Paolo Uccello, Tebaide, 1460 circa, tempera su tela, 83×118 cm, Galleria dell'Accademia, Firenze.
Paolo Uccello, Tebaide, 1460 circa, tempera su tela, 83×118 cm, Galleria dell'Accademia, Firenze.

Fratelli, sorelle,
dice la nostra Regola:

“La correzione fraterna è una esigenza della vita comune. Vivendo insieme infatti è possibile scoprire le proprie mancanze, correggerle e sentire più forte il desiderio del mutamento. Correggi dunque chi sbaglia, ma sii paziente e dolce con tutti” (RBo 15).

La correzione fraterna è una esigenza, ma anche una delle operazioni più difficili della vita comune. E non solo in relazione agli altri, per le complicità o le convenienze o i timori e comunque gli alibi che ci portano a tacere, a fingere di non vedere, a non dire nulla e a non esporci per non rischiare di entrare in conflitto e di inimicarci gli altri, ma anzitutto in relazione a noi stessi. Colpisce infatti il passaggio operato con grande intelligenza spirituale dalla nostra Regola quando, dopo aver affermato la necessità della correzione per la vita fraterna, afferma che la vita comune ci consente di vedere le nostre mancanze e di provare il desiderio di cambiamento, del nostro cambiamento, e di correggere le nostre mancanze. Dunque di correggere anzitutto se stessi. E dunque di aprirsi alla correzione che viene da altri.

“Accetta con riconoscenza di essere ripreso nelle tue mancanze” aggiunge la nostra Regola. Non sottolinea la nostra Regola che il vivere insieme ci fa vedere le mancanze degli altri e ci porta a volerli cambiare, ma a vedere i nostri di guai e a desiderare di mutare noi stessi. A volte nella vita comune si arriva a sviluppare uno sguardo giudicante, uno sguardo che vede i difetti e le mancanze degli altri, un po’ come lo sguardo che spesso nei vangeli abita gli avversari di Gesù che lo spiano per coglierlo in fallo. Lo sguardo giudicante è lo sguardo di chi si rifiuta di vedere il male e le mancanze in se stesso. È lo sguardo di chi ritiene di non essere bisognoso lui di correzione. È lo sguardo che si traduce verbalmente in parola di accusa in cui “gli altri”, “tutti gli altri”, “la comunità” diventano entità massificate e colte senza differenziare e distinguere, commettendo un clamoroso errore di visione, oppure è lo sguardo che si focalizza su qualcuno in particolare creando quella che potremmo chiamare un’inimicizia particolare.

Tratto comune è la cecità verso se stessi e le proprie di mancanze e di immaturità e di miserie. Dunque è lo sguardo di chi manca sia di umiltà che di realismo. Per correggere evangelicamente gli altri occorre dunque riconoscere il proprio bisogno di correzione e accettarla concretamente da altri. Altrimenti si sarà solo giudicanti. E chi giudica non si rapporta agli altri né con pazienza né con dolcezza.

Perciò, fratelli e sorelle, siamo sobri e vigilanti, perché il nostro Avversario, il divisore, come leone ruggente si aggira cercando una preda da divorare. Resistiamogli saldi nella fede e attenti a riconoscere il male che è in noi e il nostro bisogno di correzione fraterna. E tu, Signore, abbi pietà di noi.

fratel Luciano