“Cosa facciamo delle ingiustizie che (ci) accadono?”
Oltre un centinaio di persone si sono recate a Bose domenica 23 marzo 2025: il richiamo della giornata con Claudia Mazzuccato è stato più forte della pioggia. Claudia Mazzuccato, docente di diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore impegnata a promuovere lo sviluppo e la conoscenza dei percorsi di giustizia riparativa, è stata ospite di un Confronto sul tema “Cosa facciamo delle ingiustizie che (ci) accadono?”. La giornata è stata introdotta dal saluto alla relatrice e agli ospiti presenti da parte di fr. Sabino.
Parlare di giustizia e ingiustizie è qualcosa che accomuna tutti. Il diritto penale è quella branca del diritto che si occupa di descrivere le ingiustizie e di trovare delle soluzioni. La pena, che forse è ciò a cui pensiamo immediatamente, è solo una parte di questo ramo giuridico e, anzi, se tutto funzionasse a dovere, non dovrebbe mai essere applicata perché non ci sarebbero reati, perché sapremmo di trovarci in un luogo di sicurezza, in un luogo, cioè in cui chi ci è accanto sceglie di non fare del male… In qualche modo, dovunque si applichi una pena, si ha una sconfitta del diritto, perché si ha fallito nel creare le condizioni per questa scelta di mite convivenza.
Le storie delle origini (Caino e Abele, Romolo e Remo, solo per citarne alcune) sono disseminate di esperienze di violenza, per lo più sviluppatasi a livello orizzontale, cioè contro il fratello o la sorella. E se ascoltiamo attentamente queste storie, ci rendiamo conto che scegliere di “stare dalla parte di Abele” è una scelta semplicistica e riduttiva della complessa realtà che raccontano. Paradossalmente, la nostra società ci lascia credere che i rapporti fraterni siano il prototipo di amore “facile”, ma la realtà ci insegna che non è così: spesso la vita con l’altro è necessaria, ma insieme impossibile e, nonostante la violenza, scopriamo che l’altro non è eliminabile dalla nostra esistenza ed è proprio da qui che nasce la rivalità che, poco a poco, culmina nella violenza.
La grande tentazione di fronte alle ingiustizie è quella di trasformarci in giustizieri. Mossi dalla nobilissima intenzione di non restare indifferenti, facilmente ci si trasforma in persone urlanti e aggressive, ponendosi al di sopra della situazione e giudicandola con quella stessa violenza che denuncia. La giustizia penale, in qualche modo, è la giustizia dei giustizieri, quella che risponde al male con il male, quella che mette al centro il colpevole (e il giustiziere stesso) e dimentica le vittime.
Eppure la sanzione può non essere la pena. Esistono, infatti, nel diritto delle sanzioni negative (imposte, fondate su coercizioni) e sanzioni positive, mosse dalla domanda “cosa possiamo fare perché non accada più?”. È in questo campo che si muove la giustizia riparativa, una forma di giustizia scomoda, perché la fratellanza è scomoda e va costruita e ricostruita.
Dal 2022 in Italia abbiamo una legge per la giustizia riparativa. Un cammino volontario, libero, che richiede la partecipazione attiva di tutte le persone coinvolte e che mira a ricostruire quella fratellanza, quel tessuto comunitario che è stato offeso dall’ingiustizia compiuta. È un incontro, l’occasione perché vittime e accusati/colpevoli possano darsi un riconoscimento reciproco, volto a riparare responsabilmente (spesso con azioni simboliche) quello strappo creato che allontana dalla fratellanza e che aumenta le possibilità che strappi simili a quello si riproducano ancora.
Più volte è ritornato come esempio il cammino fatto da Agnese Moro e Adriana Faranda, di cui anche a Bose abbiamo avuto una testimonianza alcuni anni fa, prototipo a livello italiano del buon esito possibile dei cammini di giustizia riparativa.
Il pomeriggio è proseguito con le numerose domande del pubblico presente che han consentito alla prof.ssa Mazzuccato di far conoscere ancora meglio come funzionino o possano funzionare i cammini di giustizia riparativa nel nostro Paese.
sorella Giulia