Fiducia e perseveranza nella preghiera
12 giugno 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,5-13 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 5«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», 7e se quello dall'interno gli risponde: «Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Nel suo insegnamento sulla preghiera Gesù insiste sulla fiducia nel chiedere, e sul dovere di farlo continuamente, “senza stancarsi”. La nostra esperienza ci dice che è solo in un rapporto di piena fiducia e davanti a una persona dalla quale ci sappiamo amati senza riserve, che possiamo osare di porre ogni tipo di domanda, senza timore di far brutte figure, di essere ridicolizzati o giudicati. La fiducia ha la meglio sull’imbarazzo e sul timore di chiedere. Per Gesù anche con Dio, il Padre, è così. Ce lo dicono questi insegnamenti sulla preghiera che fanno da contesto alla consegna del Padre nostro ai discepoli (cf. Lc 11,1-4).
Gesù racconta una parabola: un uomo bussa nel cuore della notte alla porta di un amico, finché questi – sia pure controvoglia – si alza ad aprirgli e gli dà i pani che l’altro gli chiede. Così fa il Padre, vuol dire Gesù. A una prima lettura, il racconto sembra descrivere un normale comportamento tra amici: se hai un amico e sei nel bisogno, puoi importunarlo nel cuore della notte, e non ti meravigli né te la prendi se ti risponde male: è un amico e puoi insistere. Il rapporto di amicizia lo permette. Gesù vuole anzitutto invitare alla fiducia, alla confidenza (parrhesia) nei confronti di Dio.
Ma facciamo attenzione al rapporto tra fiducia e insistenza: non si insiste con un estraneo, ma appunto con un “amico”. Più che indicare l’efficacia della preghiera insistente come tale, Gesù vuol suggerire che la preghiera può essere insistente proprio quando si situa all’interno di un rapporto di fiducia. Il centro della parabola è teologico: riguarda Dio e il suo atteggiamento degno di fiducia nei confronti dell’uomo. L’amico importunato certamente si alzerà e la “porta sarà aperta” anche se già chiusa. Occorre capovolgere le nostre convinzioni che ci fanno pensare di essere esauditi “a forza di parole”: piuttosto possiamo perseverare nella preghiera nella fiducia di essere ascoltati; e questa fiducia non è la sicurezza matematica di chi sa già come vanno a finire le cose (neanche per Gesù era così), ma l’abbandono confidente alla volontà di un Padre buono che, comunque sia, provvederà al nostro bene che lui conosce meglio di noi (cf. Mt 6,8).
Per Gesù Dio ci esaudisce sempre, donandoci il beneper eccellenza, il suo Spirito santo, come esplicita Luca: “Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano!” (Lc 11,13). Così si legge nella traduzione CEI, ma la seconda parte del versetto si può tradurre anche in un altro modo, che a mio parere rispetta maggiormente il greco e offre un senso migliore: “quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che gli fanno richieste”, ovvero “a coloro che lo pregano” (toîs aitoûsin autón - dove autón è maschile e può essere riferito solo al Padre e non allo Spirito!). Nella richiesta cioè non si fa esplicita menzione dello Spirito santo, che pure il Padre dona in risposta a tutti coloro che lo pregano. Come a dire: è sufficiente il fatto di pregare Dio Padre, di rivolgergli richieste con fiducia, perché egli, nella sua bontà, risponda donandoci il suo Spirito. Anche se non glielo chiediamo o gli chiediamo qualcos’altro. Se intendiamo così, si può notare uno spostamento dall’oggetto della richiesta alla persona del Padre a cui la richiesta è rivolta.
Al Padre del resto non interessa che noi facciamo preghiere più o meno corrette dal punto di vista dell’oggetto richiesto. Sa bene che ciascuno chiede ciò di cui umanamente pensa di aver bisogno nella situazione in cui si trova: è umano. A Dio sta a cuore soprattutto la relazione con noi, il fatto che ci rivolgiamo a lui in ogni situazione. Sa lui poi cosa farne di questa relazione, rispondendo alla nostra preghiera con il suo Spirito. Ogni autentico gemito di preghiera che sale dal cuore umano, ogni “grido del povero”, direbbero i Salmi, ottiene questo esaudimento del Padre, l’invio del suo Spirito. Ecco la fiducia profonda che ha sostenuto Gesù in ogni momento della sua vita e che egli ha voluto trasmettere ai suoi discepoli.
fratel Luigi