Casa di preghiera

Foto di Kelly Sikkema su Unsplash
Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

11 giugno 2026

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 11,22-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 22«Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».


Nei versetti immediatamente precedenti il passo evangelico odierno Gesù ha compiuto gesti simbolici e pronunciato parole profetiche circa un albero di fico e il tempio di Gerusalemme. All’albero che non aveva frutti Gesù si è rivolto dicendo “Nessuno mai più in eterno mangi frutto da te” e nel Tempio ha scacciato chi vendeva e comprava gli animali per i sacrifici, e ha rovesciato i tavoli dei cambiamonete, accompagnando questi gesti con la parole che denunciavano la trasformazione blasfema della “casa di preghiera per tutte le genti” in “covo di ladri”.

Quando, il giorno dopo i discepoli vedono l’albero di fico seccato dalle radici, Pietro richiama l’attenzione di Gesù sull’esito prodigioso delle sue parole. Ed ecco che le parole di Gesù “Abbiate fede in Dio” hanno il senso di decentrare l’attenzione da sé a Dio: ciò che è avvenuto non ha a che fare con un suo particolare potere, ma va attribuito a Dio. Analogamente, le parole successive di Gesù sulla fede e sulla preghiera capace di spostare le montagne escludono ogni potere dell’uomo e decentrano totalmente l’uomo da sé per centrarlo sulla potenza di Dio. La preghiera dell’uomo non è un’azione magica ma un dialogo tra libertà ed è volta a discernere e compiere la volontà di Dio (“Sia fatta la tua volontà”), non certo a imporgli la propria.

Gesù ricorre a un’iperbole proverbiale (“dire a un monte di alzarsi e gettarsi nel mare”; cf. 1Cor 13,2), producendo “uno shock immaginativo nella mente del lettore” (Simon Légasse), per indicare l’importanza della fiducia in Dio che deve animare la preghiera del discepolo. Gesù sta indicando ai discepoli come devono “prendere sul serio Dio” nella relazione con lui, così come devono prendere sul serio la relazione con l’altro uomo quando si rivolgono a Dio pregando. 

Si comprende così il richiamo al perdono, condizione necessaria perché la preghiera sia autentica: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe”. Queste parole Gesù le rivolge a tutti i Dodici e, con loro, a tutti i credenti futuri. Ed ecco che, dopo aver dichiarato finita l’economia sacrificale Gesù indica nella fede (Mc 11,22-23), nella preghiera (Mc 11,24-25) e nel perdono (Mc 11,25) i tre elementi costitutivi della comunità dei suoi discepoli. Dalla ritualità sacrificale si deve passare alla relazione esistenziale segnata dall’amore per Dio e per il prossimo: questo infatti “val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,33). Il perdono dei peccati era la più importante funzione del culto e dei sacrifici al tempio. Ora il rito deve cedere il passo all’esistenza: non un luogo sacro, ma la vita, non rituali espiatori, ma atteggiamenti esistenziali e relazionali.

Il contesto del brano (Mc 11,12-25) tratta del tempio di Gerusalemme, ma le parole di Gesù colpiscono anche le possibili ricadute in logiche sacrificali e le assolutizzazioni del piano rituale che può conoscere la comunità dei suoi discepoli. Viene così conferita un’impegnativa responsabilità alla comunità cristiana: rigettare i meccanismi di delega e divenire “casa di preghiera” e perdono per tutte le genti.

 fratel Luciano