Onore perduto, vita trovata
2 giugno 2026
Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16,1-9 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù 1disse ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». 3L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». 8Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne».
Delle parabole che ascoltiamo in questi giorni, questa è la prima espressamente rivolta ai discepoli: dettaglio che dovrebbe farci “drizzare le orecchie”, e che invece accresce il nostro imbarazzo. Questo accade per la nostra fretta di saltare alle conclusioni, che ci fa scartare quanto precede come qualcosa di meno interessante. E se non fosse così?
La vicenda narrata da Gesù, in effetti, inizia a muoversi da un’accusa anonima: prima di questa, sappiamo soltanto che dei due personaggi l’uno è un uomo ricco, l’altro il suo amministratore. Questo rapporto professionale entra facilmente in crisi sulla base di voci, non sappiamo quanto insistenti, che giungono all’orecchio del ricco. Soffermiamoci sulla sua reazione: dapprima sembra limitarsi a una richiesta di spiegazioni ma, senza che l’altro possa aprire bocca; la sentenza irrevocabile è già pronunciata e archiviata. Quante volte anche noi giudichiamo e condanniamo sulla base di un semplice sentito dire? Quante volte ci dimentichiamo che “accusatore” è la traduzione di un termine a noi più familiare, diavolo (cf. Ap 12,10)?
Il ricco esce di scena; resta, solo e desolato, l’amministratore destituito. Quella che per il suo datore di lavoro è stata la scelta di un minuto è per lui un cambiamento devastante, che la traduzione Cei attenua fin troppo. Promemoria che le relazioni professionali possono assumere una valenza molto più forte e più intensa, monito a non andare per le spicce senza prima provare a immaginare il vissuto interiore di chi ci sta di fronte. Nella nostra società come in quella della Palestina romana, infatti, la reputazione è un capitale preziosissimo, legato in buona parte al nostro lavoro. Di colpo, l’amministratore vede il proprio capitale sociale azzerato, il proprio onore perduto.
È in questo repentino crepuscolo degli dèi, o meglio degli idoli che popolano i nostri paesaggi interiori, che quest’uomo si scopre capace di un guizzo inatteso. Guizzo che nasce da due constatazioni, tanto elementari quanto ardue per la maggior parte di noi: le proprie debolezze, fisiche e morali; l’esistenza di altre persone, la scoperta che il mondo è molto più vasto del “mio” mondo.
E l’uomo passa subito all’azione. Tanti sono i contatti economici del suo padrone: egli però si rivolge solo ai debitori, il cui onore è vacillante, che non potranno accoglierlo in ville e palazzi. L’impossibilità di identificarsi ulteriormente con la forza del suo padrone lo spinge a cercare la comunione delle persone più deboli: è questa la sua speranza di vita! E la comunione con chi è più debole passa concretamente dalla generosità, dalla rinuncia a posizioni di forza; e pazienza se così facendo quell’uomo rende vera l’accusa rivoltagli: di fronte alla vita, che valore può avere l’onore? È la remissione, di peccati o di debiti, ad aprire spazi di vita: verità scandalosa per i bilanci e per i tribunali delle coscienze. Lo è anche per noi, discepoli e discepole, o riusciamo a riconoscervi l’invito a uscire dai nostri steccati?
fratel Federico
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