Amare e lasciarci amare

Foto di Alejandro Barba su Unsplash
Foto di Alejandro Barba su Unsplash

26 maggio 2026

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 12,16-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 16disse alla folla una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». 20Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


Vivere nell’inconsapevolezza sino a quando un evento perentorio e apparentemente improvviso apre gli occhi: è quel che succede nella parabola. È quel che è accaduto con l’invasione dell’Ucraina: la guerra smette di essere un fenomeno che riguarda terre lontane, ci tocca da vicino, ci vede addirittura coinvolti direttamente. È quel che accade a Gaza: tutte le contraddizioni del nostro mondo occidentale, tutte le ipocrisie, le complicità nostre vengono a galla. È quel che avviene nelle nostre vite con il passaggio della malattia, della morte, con qualunque repentino stop al nostro programma di vita. Si smaschera la presunzione/illusione di pensare che vivere equivalga ad avere il controllo.

Essere risvegliati è anche la scoperta che in realtà volevamo essere ciechi. È meglio non fare i conti con la realtà, non prendere decisioni che costano e mettono in discussione posizioni ed equilibri raggiunti, fingere che tutto vada bene o, forse peggio ancora, dare a tutto ciò una lettura spiritualoide.

Eppure la parabola con il suo carattere perentorio e ineluttabile ha un messaggio di speranza che si fa strada a misura del nostro accordare la mente al racconto e al lasciarci lavorare dalle sue immagini. Nella crisi c’è la possibile salvezza, se la si sa ascoltare.

Il ricco della parabola vive abbagliato dal suo presente di successo. La voce divina gli ricorda che esiste la morte come limite della vita e che esistono anche gli altri. Gli rammenta che non è un individuo solo, chiuso in se stesso, ripiegato sui propri bisogni, desideri e sogni. Paradossalmente proprio la memoria dell’evento che pone termine alla vita diviene lo stimolo per essere responsabile di essa davanti a Dio e con e per gli altri. Se la morte è rimossa, alla fine rimuoviamo anche gli altri esseri umani. Se ci dimentichiamo che oggi siamo e domani forse no, smettiamo di vedere gli altri. Amare gli altri e lasciarci amare, perché mortali: questo è il messaggio. Perché ti ho solo oggi qui davanti a me, domani non lo so, c’è solo l’oggi, il presente da vivere. Se il rapporto che ci lega è vero e autentico, non è solo un semplice essere accostati, alla morte di qualcuno anche in me morirà qualcosa, quel qualcosa che si costruisce grazie alla relazione con quella persona e che ha qualcosa di irripetibile e unico. Muore non solo il passato condiviso, ma molto di più: il futuro promesso. Quando morirò, di me chi farà lutto? È una domanda che dobbiamo porci ogni tanto per vedere che relazioni stiamo vivendo.

Il risveglio è l’abbraccio al nostro essere creature mortali e, a partire da questo, decidere quale vita, quale comunità cristiana ma anche quale società vogliamo. Il risveglio è renderci conto che siamo anzitutto fratelli e sorelle grazie al morire: come tenere conto di questo per rendere quel tratto di esistenza che percorriamo vivibile per noi e per gli altri?

fratel Davide


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