Le opere rendono testimonianza
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11 maggio 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,22-42 (Lezionario di Bose)
22Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».
31Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. 32Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». 33Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? 35Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, 36a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: «Tu bestemmi», perché ho detto: «Sono Figlio di Dio»? 37Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». 39Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
40Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. 41Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». 42E in quel luogo molti credettero in lui.
È noto che in Giovanni, a differenza degli altri evangeli, ci sono diversi viaggi di Gesù a Gerusalemme che l’autore fa coincidere con altrettante feste ebraiche. Tuttavia al di là della storicità dei fatti, che per gli evangelisti ha un peso diverso rispetto alla nostra sensibilità, l’architettura giovannea fa corrispondere la rivelazione di Gesù con il senso spirituale di ciascuna di queste feste ebraiche e soprattutto con le discussioni interne ed esterne alla comunità cristiana del tempo che li ha generati.
Vediamo infatti che dopo la narrazione della guarigione del cieco nato, segno del fatto che Gesù si proclama “luce del mondo”, Giovanni narra, ambientandolo nel tempio, una sorta di processo a Gesù da parte dei suoi avversari. In modo simile al processo raccontato dagli altri evangelisti, la questione verte sul rapporto tra Gesù e il Padre; e come quello, anche questo si conclude fondamentalmente con una condanna, anzi con un tentativo di linciaggio. Come nel processo raccontato dai sinottici, Gesù suscita sdegno nel suo costante riferimento al Padre come autore delle sue “opere”, cioè dei suoi “segni” (il modo con cui Giovanni chiama i miracoli) e delle parole di rivelazione che li accompagnano.
Tutto parte con una implorazione: “Fino a quando ci terrai in sospeso? Se sei tu il Cristo dillo a noi apertamente!” (v. 24). Per contro Gesù denuncia la sfiducia radicale con cui essi ascoltano le sue parole e giudicano i suoi segni, e l’ultimo segno in ordine letterario è proprio la guarigione del cieco nato narrata al capitolo 9. Per far capire l’esperienza del vero discepolo, Gesù riprende l’immagine appena usata (Gv 10,2) del pastore che guida con il suono della voce tutto il gregge, ma si spinge a dire che, attraverso il pastore, anche le pecore sono in comunione con Dio perché lui e il Padre sono una cosa sola (v. 30). Questa affermazione molto comprensibile nell’ambito della teologia del IV evangelo - “la Parola era Dio” (Gv 1,1) - era certamente il principale oggetto di contesa con gli ebrei del tempo, i quali non solo non credevano la messianicità di Gesù, ma contestavano la sua figliolanza divina. E questo è il contesto storico.
Ma al lettore di oggi implicitamente questa pagina evangelica chiede conto di come le sue opere possano riflettere l’agire di Dio. Già perché anche noi come dice il salmo 82,6 citato da Gesù siamo chiamati a “diventare dèi”. E invece troppo spesso la nostra adesione a Cristo rimane un qualcosa di intellettuale, a volte rituale, ma che non intacca nel profondo la nostra vita quotidiana, il nostro agire, il nostro pensare, il nostro parlare. Certo non si tratta di un processo automatico, si tratta di essere docili all’azione dello Spirito che invocheremo nella prossima solennità di Pentecoste, e se saremo disponibili alla sua dolce azione, a poco a poco egli cambierà le nostre vite dal di dentro, affinché agli occhi degli altri anche le nostre opere possano riflettere almeno in parte la volontà di Dio in Cristo Gesù.
fratel Raffaele
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