Nel frattempo di un incontro
17 aprile 2026
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 4,31-42 (Lezionario di Bose)
31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
La pericope si apre con un’espressione inattesa: “intanto” o “nel frattempo”: due parole adatte a episodi e intere fasi delle nostre vite, tante volte spese nell’attesa incerta di chi sa che una fase si è chiusa ma non vede ancora i segni della successiva. Vedere o non vedere, in effetti, è qualcosa che gioca un ruolo fondamentale nelle nostre vicende – e anche nel nostro brano come, appunto, vedremo.
Ma dove si situa questo frattempo? Nella vicenda della Samaritana: manca solo l’atto finale. Giovanni tuttavia sceglie di inserire un intermezzo, a prima vista solo per rimarcare lo scarso comprendonio dei discepoli. Già questo livello superficiale basterebbe a segnalare uno scarto rispetto alla Samaritana, che abbiamo visto lasciare presso il pozzo la sua brocca, e ai suoi concittadini che, solo sulla base della sua parola, mettono da parte il lavoro e il pranzo quasi pronto per andare a vedere colui che potrebbe essere il Messia.
Se ci chiniamo sulla Parola per scrutarla con attenzione e amore, notiamo molti altri punti di contatto tra i discepoli e i samaritani. Entrambi chiedono qualcosa a Gesù: i primi gli offrono in maniera sbrigativa da mangiare, e di fronte al suo diniego la loro unica preoccupazione è che qualcuno sia arrivato prima di loro, i secondi invece sono desiderosi di ricevere qualcosa o meglio qualcuno, Gesù, che acconsente trasformando una pausa di servizio in una sosta. Primo bivio che vale anche per noi: conta di più il nostro fare, in cui prima o poi dovremo dimostrarci migliori di altre persone, o il nostro desiderio di relazione, la nostra capacità di accogliere chi abbiamo appena incontrato?
Vi è però un altro accostamento che mostra la distanza tra i discepoli, a cui Gesù dice “non conoscete” (ouk oidate), e i samaritani, che alla donna dicono “sappiamo” (oidamen). Conoscere e sapere, che per noi hanno una connotazione intellettuale, nell’originale greco rimandano ai sensi: del resto, perché il nostro cervello elabori concetti e valutazioni, deve prima ricevere quanto i nostri sensi captano! L’interruzione di questa catena di trasmissione procede spesso da un cervello già sazio, sicuro di sé… fino all’arroganza che rima con ignoranza. Non a caso, Gesù invita i discepoli ad alzare lo sguardo, a vedere ciò che i loro pregiudizi non immaginano: non mancano quattro mesi al raccolto, è già il momento di prepararsi (cf. v. 35)! Al contrario, l’apertura dei samaritani li spinge a confermare ciò che prima potevano solo intuire, sulla parola di una donna dalla fama discutibile: ora hanno udito e visto (cf. 1Gv 1,1) che quello sconosciuto è il Salvatore del mondo, colui che dà senso alle nostre vite incompiute!
E la Samaritana, che proprio l’abilità di Gesù nel leggere e amare la sua vita aveva spinto ad abbandonare la sua brocca? Sembrerebbe quasi che i suoi concittadini volessero sminuirla, quasi un modo per ricostruire l’ordine costituito in cui una donna come lei non ha alcuna voce in capitolo (cf. Lc 7,39). Non è così. È lei colei che ha faticato, ha seminato, ha fatto sì che il raccolto lontano quattro mesi venisse incontro a Gesù. Ora non deve rientrare nei ranghi ma gioire del frutto del suo desiderio. Perché la verità è semplice: nel momento in cui sentiamo che la nostra vita è letta e amata da chi ci conosce meglio di chiunque altro (cf. 1Cor 13,12) essere protagonista o comparsa perde di significato, le maschere cadono e possiamo riconoscerci fratelli e sorelle, solidali nell’amore del Padre.
fratel Federico
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