Perdono: non dimenticare il volto dell’altro

Dettaglio della parete esterna della chiesa di San Secondo, Magnano
Dettaglio della parete esterna della chiesa di San Secondo, Magnano

23 marzo 2026

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 11,20-26 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù e i discepoli, 20passando, videro l'albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l'albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe». [ 26].


Il brano del vangelo odierno svela Gesù come vero Re Messia al cuore della città di David, il tempio di Gerusalemme.

È la preghiera infatti che dovrebbe risuonare nello spazio sacro della casa del Signore invece del vociare di mercanti che svuotano il luogo di culto della parola di Dio, parola che annuncia fin dal principio un’alleanza mai revocata. Gesù propone quindi una parola definitiva, che indica la fede come alternativa a quei riti espiatori che confidano nella solidità di un’opera realizzata da mani di uomo e si preoccupano di ingraziarsi l’amore di Dio.
La fede, la preghiera e la capacità di perdono sono la “nuova legge” che già i profeti annunciavano sarebbe sorta dal monte del tempio del Signore (cf. Is 2,3). Per ritrovare la fiducia in Dio quindi occorre recuperare una sola certezza, la gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini.
Gesù, parlando così ai discepoli si rivolge anche a quanti non lo accolgono come profeta autorevole e invita tutti noi a una purificazione della fede, tralasciando l’abitudine di confidare più nelle proprie parole che nella parola di Dio contenuta nelle Scritture.
Ai discepoli Gesù indica una via efficace di purificazione del cuore e della mente, la pratica del perdono. È questa costante tensione a non dimenticare il volto dell’altro che nutre la nostra fraternità e la nostra umanità in radice: è la comunione che ci rivela il volto di Dio.
Gesù quindi è diretto, non si attarda sullo stupore dei discepoli per il fico seccato ma spiega loro come evitare che ciò accada a loro, e li assicura con delle parole mai pronunciate finora: il perdono viene dal “Padre vostro che è nei cieli” (v. 26).
Gesù qui invece di insegnare si fa’ lui stesso preghiera e ai discepoli chiede di fare altrettanto, con una semplicità che rende questo brano di Marco ancora più originale. L’evangelista ha infatti l’arduo compito di svuotarsi di parole proprie per lasciar parlare lo Spirito di Gesù attraverso la lettera del testo evangelico perché essa possa dare forma alla nostra fede.
Marco sembra cioè fare di tutto perché il vangelo non sia il semplice racconto della sua esperienza personale ma piuttosto lo spazio in cui la parola può risuonare come autorevole e autentica novità. È così che a ciascuno si svela il mistero del regno dei cieli, tramite una relazione personale con Gesù.
Come i discepoli anche noi allora possiamo rinnovare il nostro sguardo su Gesù e riconoscerlo, non soltanto come colui che spiega la Scrittura ma anche come colui a partire dal quale la Scrittura può essere spiegata. Gesù ci indica infatti la preghiera a Dio e il perdono reciproco come i luoghi in cui la sequela porta buon frutto facendo fiorire in noi il seme della speranza.
Occorreva quindi che Gesù svelasse il volto del Figlio dell’uomo come colui che è venuto per servire e dare la sua vita, portando a compimento le Scritture per accoglierci tutti nel regno di Dio alla fine dei tempi. Gesù è la Parola che si lascia raccontare quasi rinunciando alla propria voce per fare spazio a quella dello Spirito che promana dalle Scritture, offrendoci la sua stessa vita in quel corpo e quel sangue che sono per noi pane e vino, il sostegno della nostra comunione.

fratel Norberto