Il cammino di un padre
12 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 9,14-29 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, 14arrivando presso i discepoli, Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
Un padre porta a Gesù il figlio malato. La malattia di una persona ha ripercussioni sulla sua famiglia e Gesù si è confrontato con l’angoscia dei familiari che dalla malattia di un loro caro hanno visto sconvolto l’ordine delle loro giornate e il quadro dei loro affetti e sono precipitati in un abisso di impotenza e dolore.
Il padre dice a Gesù: “Aiutaci e abbi compassione di noi”. Il “noi” si riferisce all’intero nucleo famigliare turbato dalla malattia del giovane che comportava un’incapacità di comunicazione con lui (è posseduto da uno “spirito muto e sordo”) e il senso di impotenza di fronte alle manifestazioni epilettiche in cui il ragazzo era in balia di forze oscure che lo agivano mettendo a rischio la sua vita. L’angoscia del padre emerge nel racconto delle manifestazioni della malattia in cui il padre rivive la paura vissuta quando il figlio ha rischiato di annegare o di restare gravemente ustionato: “Spesso lo ha gettato nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo”.
Quante famiglie vivono il pellegrinaggio da un medico e da un ospedale all’altro, per trovare una cura per il proprio congiunto; conoscono il peso economico che la malattia comporta; patiscono il peso della malattia cronica, opprimente nell’anziano, ma dolorosamente lancinante nel caso di un bambino!
Gesù, sensibile a questi aspetti della malattia vissuta in famiglia, chiede al padre: “Da quanto tempo gli accade questo?”. E il padre risponde: “Dall’infanzia” ed esprime a Gesù la sua frustrazione per i limiti della medicina e per l’impotenza che altri, in questo caso i discepoli, hanno mostrato nei confronti del figlio: “Non sono stati capaci” di guarirlo. La stessa supplica del padre a Gesù: “Se tu puoi qualcosa, aiutaci”, echeggia la domanda che si rivolge a un medico dopo che tanti altri tentativi sono andati a vuoto.
Il padre narra a Gesù forme e tempi della manifestazione del male nel figlio. Vi è un innesto biografico e familiare della malattia: i familiari, essendo a quotidiano contatto con il malato, hanno una competenza preziosa: essi possono, con il loro racconto, fornire elementi e dettagli, moti e reazioni del malato che il terapeuta può interpretare e ricavarne indicazioni utili per la cura.
Il familiare del malato deve poi armarsi di pazienza. L’incontro di Gesù con il ragazzo malato e il padre è complesso e lungo: due volte il padre racconta le crisi del figlio, due volte Gesù dialoga con il padre, i suoi interventi terapeutici sono contro lo spirito impuro e poi per il ragazzo. E dal quadro d’insieme emerge la condizione penosa del ragazzo: sempre passivo (agitato, scosso, gettato a terra, condotto a Gesù da altri), non ha capacità di movimento autonomo, ha difficoltà a governare il proprio corpo, è menomato nelle relazioni e nella comunicazione. L’azione terapeutica di Gesù condurrà il giovane a recuperare voce e parola e a ritrovare la stazione eretta (“lo sollevò ed egli si alzò in piedi”). Quell’alzarsi in piedi è la prima vera azione di cui il giovane è soggetto.
Gesù poi, ricordando al padre la potenza della fede, lo invita a fare del calvario dell’accompagnamento del figlio malato un percorso di fede. Ed egli compie questo cammino vedendo resa umile la sua fede: “Credo, vieni in aiuto alla mia mancanza di fede”. Il credente provato è cosciente della forza della fede e della fragilità del proprio credere. Nella sua fede vi è sempre anche una non-fede.
Questa fede è esperienza pasquale. I versetti finali dicono: “Il ragazzo divenne come morto (nekròs), così che molti dicevano: ‘È morto’ (apéthanen). Ma Gesù, presa la sua mano, lo fece alzare (égheiren) ed egli si levò (anéste)”. Compaiono i quattro verbi del kerygma cristiano, dell’annuncio della morte e resurrezione di Gesù: il cammino di fede percorso dal padre del malato è diventato un’esperienza di fede pasquale.
fratel Luciano