La patria non può accogliere un profeta
4 febbraio 2026
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,1-6 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù 1venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità. 6bGesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.
Gesù va “nella sua patria” e “tra i suoi” insieme ai discepoli. Ci va, come dappertutto, per annunciare l’Evangelo. Ma proprio lì trova una sordità speciale, che quasi ammutolisce la sua parola e che subito diventa rifiuto della sua persona.
La patria è spesso considerata una realtà sacrosanta anche dai cristiani, ma il Vangelo ci rivela che per i discepoli di Gesù non può essere affatto così. Tanto che la Lettera a Diogneto, verso il II sec., dice dei cristiani: “Ogni terra è per loro patria, e ogni patria terra straniera”.
I veri profeti hanno sempre ricordato al popolo d’Israele che tutta la terra è di Dio e che noi ne siamo ospiti e responsabili ma mai padroni, come già in Eden. Troppo spesso, infatti, è per fare guerra, o per escludere gli stranieri che la patria viene sbandierata come un idolo, diventando causa della condizione di indigenza e di umiliazione (per non dire di peggio) degli stranieri.
“Ogni profeta è disprezzato solo in patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Perché patria, parenti e famiglia ci illudono di disfarci della nostra condizione di stranierità che è invece una dimensione ineliminabile anche interiore dell’essere umano, come sta scritto: “Io sono uno straniero sulla terra” (Ps 119,19).
Ed è proprio l’arroganza e la sopraffazione cui ci spinge l’illusione di essere padroni di casa in questo mondo - naturalmente se non siamo tra le persone povere - che ci rendono insensibili al dolore altrui e sordi alla parola di Dio e a ogni alterità. Infatti tutta la storia d’Israele testimonia - contro di noi - che solo in esilio o nel deserto gli umani rientrano in sé e hanno un cuore che ascolta: la preghiera di Salomone che chiedeva a Dio di ascoltare le preghiere fatte nel tempio, si adempie in esilio e non in patria.
È sempre dello straniero - e di orfani e vedove - che il Signore si prende cura. La Bibbia infatti è la storia che Dio ha scritto con un popolo di stranieri, che dopo aver liberato dalla schiavitù dell’Egitto, egli non ha più abbandonato né abbandona. E proprio perché questo popolo ha patito la fatica e il dolore dello straniero, Dio gli ha chiesto di accogliere sempre gli stranieri. È significativo che si tratti di una delle parole più ripetute da Dio nella Scrittura, insieme a “Ascolta!”.
Il Vangelo aggiunge che proprio ciò che i suoi compatrioti sanno di Gesù diventa ostacolo al poterlo credere portatore di una parola che viene dall’alto: i pregiudizi ci fanno dimenticare che ignoriamo quasi tutto, mentre quel po’ che conosciamo diventa motivo di inciampo (scandalo).
“E si scandalizzavano di lui”. Quando non lasciamo entrare in noi la parola di Dio, spesso per la segreta e temuta inconsistenza del nostro io, diventiamo facilmente detrattori di chi ce l’annuncia, negandone l’autorevolezza fino a rifiutare la sua stessa presenza.
Ma Gesù ci insegna a non temere neppure questo, mostrandoci come la parola di Dio, anche quando è resa quasi impotente dal non ascolto dei destinatari, possa agire sempre e comunque su chi l’annuncia. Infatti qui il rifiuto patito da Gesù diventa per lui un segno che lo conferma come vero profeta.
La sofferenza del rifiuto patito dai profeti è così importante perché è la sofferenza stessa di Dio: “Non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me” (1Sam 8,7), dice il Signore a Samuele. Tanto che la beatitudine dei discepoli include il patire questo stesso dolore.
sorella Maria
Il vangelo del giorno è un servizio gratuito. Se vuoi, puoi contribuire alle spese tecniche del sito.