I familiari di Gesù

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24 gennaio 2023

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 3,31-35 (Lezionario di Bose)  

In quel tempo31giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamare Gesù. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».


“Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?”, dice Gesù. Chi sono “i suoi” (Mc 3,21), chi quelli di casa sua? Un interrogativo con una puntuale risposta sempre da parte di Gesù: “Chi fa la volontà del Padre mio, costui è per me fratello, sorella e madre”, volontà resa esplicita nel dire e nel fare di Gesù: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). La volontà del Padre è la ragione che determina l’oggi del Gesù storico, il viverla e il renderla nota offrendola come volontà in grado di orientare il cammino di quanti l’accolgono. Costoro sono i suoi familiari, l’insieme dei discepoli veduti (cf. Mc 1,16.19) e chiamati (cf. Mc 1,20) da Gesù a stare con lui (cf. Mc 3,13), al seguito di lui, “dietro a lui” (Mc 1,17; 8,34). Una convivenza amicale e familiare che diventa condivisione di un progetto, il “Regno di Dio” (Mc 1,15) che è “pace, gioia e giustizia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). Cosa giusta che apre alla gioia è la riconciliazione Dio-uomo-creato: all’uno figli e figlie, all’altro fratelli e sorelle, alla natura custodi, un già in cammino verso la sua piena fioritura, la riconciliazione oltre ogni male, ogni dolore e ogni morte. 

Familiari di Gesù sono quanti nel frattempo della storia dicono sì alla chiamata e al progetto di Gesù: in lui il Figlio, l’amato (cf. Mc 1,11), si è fatto vicinissimo all’uomo offrendogli come non mai la possibilità di divenire figlio del Regno, uomo di pace a misura del Figlio. Questo l’appello di Dio in Gesù all’uomo, questa la sua volontà, convertirsi a questa buona notizia accogliendola in intera fiducia, annunciandola e testimoniandola con la bellezza di un esserci da figlio del Regno: la filialità, la fraternità, la custodia e l’eternità, buona notizia che al contempo trasforma il presente e rimanda al suo futuro di pienezza. 

La questione ci riguarda da vicino: la volontà del Padre, il dire sì a Gesù e alla sua proclamazione del Regno, è la ragione ultima e decisiva che determina il nostro esistere, o no? Essere familiari-discepoli di Gesù, “suoi”, di casa sua, diventa l’umano del sì libero e gioioso a una chiamata non a basso prezzo che deve fare i conti con altre chiamate che domandano discernimento.

La possibilità della familiarità con Gesù è dunque messa alla prova da altre ragioni alternative e in opposizione, ricche di fascino: ad esempio fare dell’io (cf. Mc 8,34-35), della ricchezza (cf. Mc 10,23-27; Lc 14,33; 16,13), dell’etnia (cf. Gal 3,28) e dei legami di sangue gli assoluti su cui fondare la propria vita. Ma “se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Il divenire familiari di Gesù, parenti con Dio (“di lui stirpe noi siamo”, At 17,28) implica il perdere familiarità con ogni assoluto che si frappone tra il discepolo e Cristo: il ripiegamento su di sé, la libidine della merce e altresì il legame parentale. 

Non siamo al cospetto di uno screzio familiare ma, chiaramente in Marco, a una lettura del clan familiare come pietra di inciampo al procedere e alle richieste di Gesù. L’evangelista segnala un prendere le distanze da Gesù non solo dei farisei (cf. Mc 3,24) ma degli stessi parenti che lo considerano “fuori di sè” (Mc 3,21). Di questo parla il brano evangelico: non di uno screzio familiare ma di una lettura del clan parentale come pietra d’inciampo, del prendere una distanza da lui (stanno “fuori”, cf. Mc,3,31-32), del considerarlo “fuori di sé” (Mc 3,21), del volerlo controllare imprigionandolo nei propri parametri geografici e nei propri schemi mentali. Per affetto e protezione, possiamo pensare. Marco è duro: al no a Gesù dei farisei e degli erodiani (cf. Mc 3,6) e anche degli scribi (cf. Mc 3,22-30) fa seguire il no parentale, di sua madre e i suoi cugini. 

Non si tratta di demonizzare l’’io, le cose e i legami di sangue ma la loro pretesa di parola ultima che per il discepolo è Cristo e il suo Vangelo del Regno, un Cristo che considera sua nuova famiglia gli aderenti a lui e gli ascoltatori della sua parola. E da questo non torna indietro, non si lascia sedurre dal richiamo della casa parentale. 

Un’ultima annotazione merita il riferimento alla “madre”: l’appunto di Marco va letto alla luce dell’insieme neotestamentario che si riferisce a Maria, della quale è detto che non sempre comprese Gesù (cf. Lc 2,50), con l’aggiunta: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19 nell’attesa del giorno del loro svelamento, il terzo giorno della resurrezione (cf. Lc 2,46). È il cammino di fede di Maria, esemplare del nostro.

fratel Giancarlo


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