Un profeta disprezzato

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31 luglio 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,54-58 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù 54venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? 55Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». 57Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». 58E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.


Una semplice e dura constatazione ci viene proposta oggi. Un profeta viene disprezzato tra i suoi e nella sua stessa patria, e non solo, è anche motivo di scandalo. Perché mai un profeta, un uomo, dovrebbe dare scandalo ed essere disprezzato? E perché proprio Gesù che elargisce la sua benedizione a coloro che accogliendo la sua parola non trovano motivo di scandalo (cf. Mt 11,6)?

Riprendo a commento le dense parole di Alberto Mello sulla figura del profeta e della sapienza.

Il profeta è uomo dalla parola generativa che orienta la vita, la storia e ne offre una direzione. Basta rileggere la storia di Abramo per ritrovare un uomo che ha saputo fare obbedienza alla parola del Signore e su questa parola ha scommesso la sua vita senza sapere neppure dove l’avrebbe portato. Il profeta è uomo di ascolto e di relazione attraverso cui cerca di incarnare tutta la sapienza di Dio.

Il profeta è uomo sapiente perché fa una “corretta esperienza di mondo”. “Sapienza è il saper vivere con gli altri nel mondo. Sapienza è la capacità di sopportare le prove della vita” (A. Mello). “Sapienza dell’accorto è capire la sua via” (Pr 14,8).

Ebbene, Gesù è considerato profeta dai suoi (cf. Mc 8,27). Egli si incarna nella storia, è inscritto nella storia come i profeti che lo hanno preceduto. È creatore di storia in quanto porta a compimento la salvezza promessa dal Padre, salvezza per l’umanità intera, salvezza operata attraverso le sue parole, i suoi prodigi, la sua stessa vita. Eppure quest’uomo nato a…, figlio di…, fratello di…, dà scandalo proprio con il suo insegnamento, la sua sapienza, i suoi segni.

Paradosso quanto mai verificabile quotidianamente: chi si fa seminatore di una parola generativa, chi si fa chicco che muore, chi parla con la bocca del cuore, della sapienza, della misericordia, della lungimiranza, costui non da tutti viene accolto.

“Nei confronti di Gesù scatta quella particolare censura mentale, che si può chiamare pregiudizio di familiarità. Siccome i suoi concittadini presumono di conoscerlo bene, non sono per nulla disposti a considerarlo diversamente da come se lo sono sempre immaginati” (A. Mello). Messa in dubbio non è tanto la sapienza in sé ma il non sapere da dove essa proviene. La mancanza di fiducia, di fede nell’esperienza della buona notizia, fa sì che la domanda “Da dove viene?” crei un inciampo, un ostacolo all’incontro. La fede è continuamente messa alla prova con i suoi “se”, “ma”, “perché”. L’ostacolo più grande è quando i “se”, i “ma”, i “perché” accecano a tal punto da mettere un filtro tra la realtà e lo sguardo su di essa, rendendolo non libero.

Ma il profeta vede lontano, nello spazio e nel tempo. Non compie prodigi lì nella terra dove è cresciuto, perché non avrebbero saputo discernere in essi la gloria di Dio, l’amore del Padre. Non gli resta allora che spostarsi di luogo e portare il bene e la pace là dove “la casa ne è degna” di accoglierli, come sarà per i discepoli inviati dal Signore alle pecore perdute (cf. Mt 10,11-14).

sorella Francesca