Un fuoco inestinguibile

Tessuto wax
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12 gennaio 2019

Lc 3, 7-18

In quel tempo 7alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? 8Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 9Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco».
10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?».11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?».13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.


C’è a volte una durezza della vita, una verità delle cose, che ci ferisce: Giovanni Battista ci chiede di accoglierla, perché può essere l’unico modo di ritornare a noi stessi, di non perderci, di cambiare. “Razza di vipere… l’ira imminente… la scure già alla radice degli alberi…”.

La predicazione di Giovanni tuttavia è esigente non tanto per questo, ma perché ci chiede qualcosa di più sottile, uno sguardo lucido: “Da queste pietre Dio può suscitare figli di Abramo!”. In realtà, daquante pietre Dio ha già suscitato figli di Abramo, quante situazioni sterili hanno portato frutto, quante storie finite sono ricominciate, ciò che perduto è stato ritrovato, ciò che era chiuso si è aperto, ciò che era fragile è diventato forte. Basta uscire dalla nostra cecità per accorgersene! Mi faceva riflettere su questo un giovane cantante che ha scelto il nome d’arte di “Ultimo”, appunto.

C’è poi questo incalzare di richieste, questo coro della più varia umanità che per tre volte chiede a Giovanni: “Che cosa dobbiamo fare?”. Domanda fondamentale, che è vera solo se dopo agiamo davvero, e non rimane una domanda di rito.

Le risposte di Giovanni a questa domanda sono diversissime, e sono una discesa progressiva nelle profondità dell’amore, di ciò che vuol dire amare. Può essere il dare una tunica di chi ne ha due, oppure il non esigere nulla più di quanto è stato fissato, il non vessare, fino al punto d’arrivo: “Non maltrattate”.

Tutto qui? Ci viene da chiederci. In realtà è molto più faticoso non maltrattare che dare una delle nostre due tuniche, è più difficile non turbare, non umiliare, non confondere, non far arrossire, perché richiede una finezza di sensibilità rara, ed è il vertice della carità. Mi è capitato di riscontrarla in alcuni barboni, mendicanti, pellegrini anonimi. Gesù ha inverato questo una volta per tutte: “Perché turbate questa donna?” (Mt 26,10).

Sullo sfondo di tutte e tre le risposte nessun eroismo, nessun fatto straordinario, piuttosto sobrietà, semplicità, discrezione, quotidianità. “Tutto ciò che è grande è semplice” mi disse da bambino un saggio, e quelle parole stanno ancora davanti a me, sempre vere. Le ho ritrovate recentemente nei consigli di un ammiraglio che si congedava dopo una prestigiosa carriera. A chi gli chiedeva cosa fosse la cosa più importante nella vita, rispose: “Imparate a rifarvi il letto ogni mattina”. Non è la grandezza del compito che conta, ma il come lo facciamo.

Giovanni quindi fa spazio a Gesù: “Vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco… brucerà la pula con fuoco inestinguibile”. “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” griderà poi Gesù (Lc 12,49).

Resta fino ad oggi la domanda: “Quel fuoco arde ancora? Gli permettiamo di ardere?”. Eppure questo fuoco è inestinguibile, anche se noi lo soffochiamo, se lo lasciamo morire, riparte, niente e nessuno lo può spegnere definitivamente. Questo fuoco dona ancora forze creatrici illimitate, “eccessive”, sorprendenti, per amare al di là di ogni giustizia, per andare più lontano.

fratel Lino