Discorso di apertura 8 settembre 2026
XXXII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
ABBA PACOMIO, ALLE ORIGINI DELLA VITA COMUNE
32° International Ecumenical Conference on Orthodox Spirituality
ABBA PACHOMIUS, AT THE ORIGINS OF COMMUNITY LIFE
Monastery of Bose, 8-11 september 2026
in collaboration with the Orthodox Churches
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
metropoliti, vescovi, monaci e monache, amici e amiche,
a nome dei fratelli e delle sorelle di Bose vi porgo il più cordiale benvenuto per questa trentaduesima edizione del nostro Convegno Ecumenico Internazionale di Spiritualità Ortodossa, dedicato alla figura e all'insegnamento di uno dei pilastri della tradizione monastica, abba Pacomio, colui che la Chiesa indivisa d'Oriente e d'Occidente ha da sempre riconosciuto come l'ispiratore e il legislatore della forma comunitaria della vita monastica.
Quest'edizione del nostro convegno si apre però, per noi fratelli e sorelle di Bose ma credo anche per molti di voi, in modo diverso dagli altri anni. Qualche giorno fa, il primo del mese di settembre (esattamente una settimana fa), il nostro fratello Enzo è tornato alla casa del Padre. Si tratta per noi tutti di un momento importante, a motivo di quello che Enzo ha significato per ciascuno di noi e per la nostra comunità, che da lui ha avuto ispirazione e inizio, e da lui è stata guidata per mezzo secolo. È il Signore che ha agito, ma Enzo, insieme ai primi fratelli e sorelle, ha dato carne a quella chiamata, che oggi rende possibile quello che a noi è dato di vivere, di custodire e di continuare a far fruttificare.
Questo passaggio avviene per noi nella duplice nota della tristezza e del rendimento di grazie. La tristezza, perché ogni distacco, umanamente parlando, è una perdita. Tristezza anche per le difficoltà degli ultimi anni, che molto ci hanno fatto soffrire — tutti! — anche tanti di voi, che oggi siete qui. Nell'ultimo scambio che ho avuto con lui, in occasione della Trasfigurazione, fr. Enzo ha espresso chiaramente il suo desiderio di un incontro in vista di una riconciliazione. Gli ho subito risposto che questo era anche il mio e nostro più grande desiderio, come gli avevo più volte detto e scritto. L'incontro non è stato possibile a causa del peggioramento repentino della sua salute, ma il suo e nostro desiderio sono nelle mani di Dio, che sa portare a compimento ciò che noi possiamo solo iniziare.
Dicevo poi che questo passaggio avviene nel rendimento di grazie al Signore per il dono che fr. Enzo è stato per tanti di noi. Le difficoltà non valgono a cancellare il bene, che è stato tanto. Anche questi convegni, nati per impulso della cara amica Nina Kaucisvili, che ci chiese di ospitare il primo della serie, si sono radicati e sviluppati grazie alla determinazione di fr. Enzo, che colse il valore spirituale ed ecumenico di tali convegni. Così, grazie alla sua chiaroveggenza e all'opera di vari fratelli e sorelle che in questa iniziativa hanno investito il meglio delle loro energie, questo appuntamento continua, dando frutti che ci stupiscono ogni volta.
Fr. Enzo è ora alla presenza del volto di quel Signore che ha sempre cercato. Lo affidiamo anche alla vostra preghiera. Per parte nostra cercheremo di custodirne l'eredità migliore, quella sua paternità che ha saputo aprire per noi fratelli e sorelle, per le Chiese e anche per tanti uomini e donne di ogni dove, sentieri di fede, di speranza e di carità.
Ci è poi particolarmente gradito che questa memoria s'intrecci con abba Pacomio, un padre monastico che fr. Enzo ha particolarmente amato e che ci ha insegnato ad amare. Lo avevamo scelto per proseguire il cammino intrapreso negli ultimi cinque anni, dalla ripresa dei nostri convegni dopo la pandemia. Un cammino nel quale ci siamo soffermati su alcune delle principali figure monastiche: da Isacco il Siro, ai padri del deserto, a Basilio e Antonio.
Avevamo pensato di soffermarci a riflettere sulla figura e l'insegnamento di abba Pacomio anche per l'attualità del suo messaggio, non solo per i monaci e le monache, ma anche per le nostre Chiese e per le nostre società, sempre più avvilite da pensieri, atteggiamenti, scelte politiche che contraddicono l'essenza del vangelo, anche quando dichiarano di agire in sua difesa. In un passo di una sua catechesi, Pacomio dice:
Tu sai che da più parti si levano le tenebre. Le chiese sono piene di gente che litiga e si adira, le comunità monastiche sono diventate ambiziose, regna l'orgoglio. Non c'è più nessuno che si metta a servire il prossimo, ciascuno invece opprime il prossimo (Mi 7,2). Siamo immersi nel dolore. Non c'è più né profeta né sapiente, non c'è nessuno che possa convincere un altro, perché abbonda la durezza di cuore. Chi comprende resta in silenzio perché i tempi sono cattivi (cf. Am 5,13). Ciascuno è signore di se stesso, disprezza quanto non si dovrebbe disprezzare[1].
Sembra che parli del nostro tempo! Tensioni tra le Chiese, comunità monastiche che s'inorgogliscono offuscando la chiarezza del loro segno, società che si abbrutiscono rifiutando di prendersi cura dei poveri, degli stranieri... e fanno questo spesso in nome di un'idea di cristianità che non ha nulla di evangelico. Ma ciò che ancora affligge Pacomio è vedere un orizzonte vuoto di parole profetiche e afflitto da un individualismo crescente: "Ciascuno è signore di se stesso".
Per lui, che era stato conquistato proprio dalla potenza della carità, questo quadro è particolarmente desolante. Pacomio, infatti, non era stato attratto alla fede cristiana e poi alla vita monastica come Antonio che, entrato in una chiesa, aveva ascoltato una parola del vangelo. Decisiva per Pacomio era stata la carità che alcuni sconosciuti avevano usato verso di lui e verso i suoi compagni di prigionia. Il tratto della carità precedette nella sua esperienza quello dell'annuncio kerigmatico. Dice infatti il suo biografo che Pacomio, colpito da chi, senza conoscerlo, gli aveva portato soccorso, "chieste spiegazioni al riguardo, apprese che i cristiani sono misericordiosi verso gli stranieri e verso tutti. Allora di nuovo chiese che cosa fosse un cristiano; e gli dissero: 'Sono uomini che portano il nome di Cristo, l'unigenito Figlio di Dio (cf. Gv 3,16.18)"[2].
Pacomio restò segnato da quella parola: i cristiani sono coloro che si prendono cura degli stranieri, e lo fanno perché portano su di sé il nome di Cristo! La prima parola evangelica che lo raggiunse è l'atto di cura. A quell'atto poi seguirà un volto: quello del Figlio di Dio. Questa sarà per lui la chiave di tutto il suo operare, anche all'interno della comunità monastica.
Messaggio valido ancora per noi oggi che viviamo in un contesto sempre più scristianizzato, dove si rende necessario ricominciare ad annunciare il vangelo di Gesù Cristo. Ebbene, l'esperienza di Pacomio può insegnarci molto, ricordandoci che l'accoglienza degli stranieri e la cura di ogni ferita che affligge le nostre società è una porta sicura per l'annuncio del vangelo.
Il servizio dei fratelli resterà per Pacomio il cuore della sua vocazione, in obbedienza all'angelo apparsogli mentre è intento al suo lavoro: "La volontà di Dio consiste nel servire la stirpe degli uomini per riconciliarli con lui"[3]. Questi "uomini" sono i suoi fratelli e le sue sorelle, ma non solo. Il suo sguardo resterà sempre più ampio delle già grandi e affollate comunità che vedrà nascere attorno a sé. Anche per questo il monachesimo pacomiano è diverso da quello anacoretico: Antonio infatti si ritira nel deserto, Pacomio invece fonda le sue comunità lungo il Nilo, separato, ma in dialogo con il mondo circostante.
Questo "servizio dei fratelli", che è il cuore del monachesimo pacomiano, si esprime principalmente in quelli che possiamo considerarne i due pilastri, e che nel momento storico che stiamo vivendo come Chiese e come società, credo che abbiano molto da insegnarci: la cura per la comunione e un sano esercizio dell'autorità.
Tutta l'opera di Pacomio, le regole a lui attribuite come anche le sue catechesi, mostrano la faticosa ricerca della comunione, della koinonia, termine che egli attinge agli Atti degli apostoli, i cui due sommari (cf. At 2,42-47 e 4,32-35) sono la sua fonte ispiratrice. Pacomio è stato a volte giudicato un legislatore troppo esigente, meticoloso nella determinazione di spazi e tempi. Insiste particolarmente perché la comunione spirituale sia anche materiale, consapevole del fatto che in una comunità in cui viene a mancare la seconda, anche la prima si svilisce: quando si cominciano a fare riserve per sé o distinzione di persone; quando si cede alla logica dei privilegi... il tessuto comunitario comincia ad essere seriamente compromesso.
Quest'opera non fu facile. La storia delle comunità pacomiane ci attesta che le difficoltà, proprio sul tema della comunione, sorsero fin dall'inizio. Lo stesso Pacomio dovrà confrontarsi con varie sfide; e ancora più complessa e dolorosa sarà la sua successione. Si registrano vari fallimenti e ricominciamenti, al punto che Pacomio istituirà un'adunanza, due volte l'anno, "per celebrare la remissione e il perdono"[4]. Un'adunanza nata per scopi amministrativi, ma che ben presto assunse un altro significato: riconoscere le offese alla vita fraterna, "aprire il cuore al fratello" e "fare la verità"[5], come dice Pacomio nella Lettera settima. Perché solo facendo la verità, è possibile un perdono solido e duraturo.
Questa koinonia si nutre di lettura e meditazione della Scrittura, punto sul quale Pacomio è particolarmente esigente. In una delle sue regole chiede infatti che chi giunge in monastero e non sa leggere vi sia introdotto, e conclude: "E anche se non vuole sia costretto a leggere"[6]. Nessuna esaltazione, nel monachesimo pacomiano, della beata ignoranza! Non per promuovere un monachesimo intellettuale, ma nella consapevolezza che senza un incontro personale con la Scrittura è impossibile vivere la sequela di Cristo, particolarmente nella vita monastica.
Accanto alla lettura c'è poi il lavoro, al quale anche Pacomio attribuisce una grandissima importanza. Lavoro condotto con serietà e rispetto. Tratto, questo, che emerge da tutte quelle regole nelle quali egli raccomanda l'osservanza di orari e luoghi, come anche la cura degli attrezzi e delle materie prime. Persino i frutti caduti a terra meritano rispetto e cura.
Infine, terzo strumento per l'edificazione della koinonia, è la preghiera liturgica, organizzata nel dettaglio e raccomandata, perché per Pacomio pregare insieme e pregare gli uni per gli altri edifica il corpo comunitario.
L'altro grande insegnamento che ci viene da Pacomio è quello di un esercizio sano dell'autorità, di chi cioè ha il compito di precedere e di illuminare la strada soprattutto nei momenti di oscurità. La Prima vita greca riporta un'immagine che Pacomio consegnò ai suoi fratelli, molto significativa a riguardo:
Un giorno vidi un luogo vasto con molte colonne; c'erano là molti uomini che non vedevano dove stavano andando, e alcuni di loro giravano intorno alle colonne pensando di aver percorso molta strada per arrivare alla luce. Da ogni direzione [risuonava] una voce: "Ecco, la luce è qui!" (cf. Lc 17,21.23). Allora ritornavano indietro per raggiungerla, ma quando la voce risuonava di nuovo, tornavano di nuovo indietro. E così c'era là una grande sofferenza. Poi vidi una lampada che procedeva in testa a una moltitudine di persone: [solo] quattro di loro la vedevano, mentre tutti [gli altri] andavano dietro a loro, ciascuno tenendosi alla spalla del vicino per non perdersi nell'oscurità; e se qualcuno lasciava andare la presa di chi aveva davanti a sé, si perdeva insieme a coloro che lo seguivano"[7].
Qui si parla di alcuni che aiutano altri a camminare verso la luce: il riferimento è a chi nella comunità ha il compito di guida. Servizio essenziale per Pacomio, come mostra il fatto che egli vi torna spessissimo: essenziale, ma anche difficile e soggetto a pericolose contraffazioni. Anche su questo punto l'insegnamento di Pacomio è prezioso per le nostre comunità, le nostre Chiese e le nostre società... dove vediamo emergere con sempre maggiore spudoratezza figure di autorità che hanno poco o nulla di evangelico.
Per Pacomio non è stato facile vivere la propria paternità a servizio dei fratelli. Anche quando la strada è chiara, non è facile percorrerla senza intoppi. Le fonti parlano delle difficoltà sorte intorno a tale esercizio. Ma nel suo insegnamento, la via è tracciata con luminosa chiarezza.
Innanzitutto Pacomio sa di non essere un capo alla maniera mondana, ma solo un servo dei fratelli. In un passo della Prima vita greca lo sentiamo dire: "Come un morto non dice ad altri morti: 'Sono il vostro capo', così anch'io non ho mai ritenuto di essere il padre dei fratelli, ma solo Dio stesso lo è (cf. Mt 23,9)"[8]. Ciò non significa che Pacomio non abbia esercitato un ministero di paternità, ma lo ha fatto senza che esso offuscasse il posto di Dio.
Egli cercò insistentemente di non farsi mettere su un piedistallo, restando fino alla fine un fratello tra fratelli. Suo modello, come gli è spesso riconosciuto dalle fonti, era il Cristo mite e umile di cuore[9], venuto nel mondo non per farsi servire ma per servire e dare la vita per i fratelli[10]. Questo è anche il modello di autorità che propose a coloro che designò come collaboratori nell'amministrazione della complessa realtà comunitaria[11].
Egli incarnò un'autorità che serve senza spadroneggiare! Pacomio è attentissimo nel disporre regole che aiutino a evitare abusi di potere, da parte di chiunque. Le sue regole sono così meticolose anche per questo: per contrastare i piccoli feudi personali, le esenzioni, i privilegi per sé e per i propri amici... consapevole che questo avrebbe seriamente compromesso la coesione del tessuto comunitario, la koinonia.
Anche per se stesso Pacomio rifiuta con determinazione le esenzioni e i privilegi che spesso i suoi discepoli cercano di garantirgli: serve, come gli altri, i fratelli nei loro bisogni materiali[12], obbedisce come gli altri alla regola comune, all'economo e ai responsabili delle case[13], ascolta le catechesi tenute da altri, anche dai fratelli più giovani[14].
La sua umiltà si esprime in un episodio semplice e di grande tenerezza, laddove un bambino, vedendolo intrecciare una stuoia, gli dice sta sbagliando metodo di lavoro: "Non così, padre! — gli dice il bambino — Non rivoltare il bordo in questo modo"; e Pacomio gli risponde: "Va bene! Insegnami tu il sistema!"[15].
Quanto abbiamo da imparare da questa ricca tradizione circa il modo di vivere la nostra koinonia, comunitaria, ecclesiale e sociale! E quanto l'esempio e l'insegnamento di Pacomio possono insegnarci circa il servizio dell'autorità, in un tempo in cui esso è spesso contraffatto non solo dai capi politici, ma anche nelle nostre comunità e nelle nostre Chiese, a grave danno del vangelo e della comunione!
In questi giorni vogliamo dunque rimetterci in ascolto di questo testimone della vita comune. Lo faremo in comunione con tutte le Chiese, d'Oriente e d'Occidente, qui rappresentate. Incoraggiati dai tanti messaggi che ci sono pervenuti (e che potrete leggere nell'apposito quaderno) e dalle delegazioni ufficiali e non.
Il patriarca ecumenico Bartholomeos, sostenitore dei nostri Convegni fin dalla prima ora, è rappresentato dal vescovo Raphael di Ilion. Del medesimo patriarcato, saluto il caro vescovo Athenagoras di Terme, dell'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e il vescovo Damaskinos della Chiesa Ortodossa di Estonia. Per la Chiesa ortodossa di Mosca accogliamo il vescovo Petru del Portogallo, delegato del patriarca Kirill, e il metropolita Nestor di Stoupino, da Parigi. Il patriarca Porfirje di Serbia ha inviato come suo delegato il vescovo Hilarion di Novo Brdo. Il patriarca Daniel di Romania è rappresentato dal vescovo Maxim del Danubio (che viene ordinato vescovo proprio oggi, non lontano da qui e che ci raggiungerà appena possibile); e insieme a lui ci saranno l'archimandrita Hrisostom Rădăşanu e il prof. Paul-Cezar Harlaoanu, della metropolia di Iasi. Per la Chiesa di Grecia, abbiamo l'archimandrita Alexios Aronis, delegato del Santo sinodo; e dalla metropoli di Dimitriados, come rappresentanti del metropolita Ignatios, i diaconi Porphyrios Glaros e Iakovos Proias; a loro si uniscono vari amici fedeli da Atene, che salutiamo con gioia. Come rappresentante della Chiesa ortodossa di Albania, accogliamo il vescovo Ignati di Amantia, ausiliare dell'arcivescovo di Tirana, Joan.
In un convegno dedicato alla figura di Pacomio non poteva mancare una rappresentanza della Chiesa copta: il metropolita Angaelos di Londra (che ci raggiungerà più avanti); p. Angelos Beshai, delegato del vescovo Barnaba; p. Joseph Stéphanos e p. Abraham Shenouda, da Parigi; il caro fratello Markos El-Makari, dal monastero di San Macario nel Wadi el-Natrun (che porta il messaggio del papa e patriarca Tawadros); oltre alla prof. Lisa Agaiby, dall'Australia.
Sono presenti anche rappresentati della Chiesa assira d'Oriente; delle Chiese luterane di Svezia e di Norvegia; e della Comunione anglicana: il vescovo emerito di Cipro e del Golfo, Michael Augustin Owen Lewis; p. Daniel Burton, da Manchester (UK); l'amato can. Hugh Wybrew da Oxford. Per la Chiesa cattolica, oltre ai tanti presenti in sala, ci faranno visita vari vescovi della regione Piemonte.
Numerosi sono anche i monaci e le monache presenti. Li ricordo solo sommariamente, lasciando poi la scoperta dei loro nomi a ciascuno nel corso di queste giornate: dal Monastero di S. Giorgio a Saydnaya (Siria); dal Monastero dei Santi padri del Monte Athos in Kirikla (Estonia); dal Monastero serbo di Dečani (Kosovo); dal Monastero di Asomaton Petraki di Atene (Grecia); dallo Skit San Spiridione di Geilnau (Germania); dall'Eremo Santa Croce di Roveredo (Svizzera); dal Monastero di Deir Abu Makar (Egitto); dalla Community of the Resurrection di Mirfield (UK). Dal Belgio: dal monastero di Scourmont e di Chevegogne. Dalla Francia: dalla Comunità di Taizé e dall'Abbazia di Saint-Wandrille. Dall'Italia: dal Monastero di S. Barbara a Montaner; dal Monastero del Pantrocratore di Arona; dal Monastero dei santi Elia e Filarete di Seminara; dall'Abbazia di Santa Scolastica a Subiaco; dall'Abbazia di Praglia; dall'Abbazia di Novalesa; dalla Badia primaziale S. Anselmo a Roma; dal Monastero SS. Trinità di Dumenza; dal Monastero Cistercense della SS. Trinità di Cortona; dalla Piccola Famiglia dell'Annunziata di Montesole; dai Fratelli Contemplativi di Gesù ad Asti.
Infine, a coronamento dei nostri giorni, avremo la grande gioia di accogliere sua Beatitudine il patriarca Greco-ortodosso di Antiochia e di tutto l'Oriente, Yuhanna X, che ci onorerà della sua visita, insieme alla delegazione che lo accompagna: il metropolita Ignatius di Francia e dell'Europa occidentale e meridionale; il metropolita Antonios di Zahle e Baalbak; gli archimandriti Parthenios Allati e Meletios Shattahi; il diac. Elarion Beshara e il carissimo amico, il dottor Michel Nseir.
Il Signore benedica questi giorni e ci faccia il dono di sperimentare la vera comunione, quella che lui rende possibile, e che noi siamo chiamati a riconoscere e ad accogliere nelle nostre vite.
Grazie ancora a ciascuno di voi per essere qui.
Note
- Pacomio, Catechesi a proposito di un fratello che serbava rancore 60; in Pacomio e i suoi discepoli. Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Qiqajon, Magnano 1988, p. 230. ↩
- Prima vita greca 4, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini. Fonti greche sulla vita di Pacomio e dei suoi discepoli, a cura di L. d'Ayala Valva, Qiqajon, Magnano 2016, p. 148. ↩
- Prima vita greca 23, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, p. 162. ↩
- Pacomio, Lettera settima 1; in Pacomio e i suoi discepoli. Regole e scritti, p. 256. ↩
- Ibidem. ↩
- Pacomio, Precetti 139; in Pacomio e i suoi discepoli. Regole e scritti, p. 84. ↩
- Prima vita greca 102, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, p. 225. ↩
- Prima vita greca 108, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, p. 231. ↩
- Cf. Prima vita greca 9 e 110, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 153 e 232. ↩
- Cf. Prima vita greca 24 e 64, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 163 e 195. ↩
- Cf. Prima vita greca 28, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 166-167. ↩
- Cf. Prima vita greca 24-25, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 162-164. ↩
- Cf. Prima vita greca 110, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, p. 232. ↩
- Cf. Prima vita greca 77 e 110, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 204-205 e 232. ↩
- Prima vita greca 86, in Pacomio, servo di Dio e degli uomini, pp. 211-212. ↩