Bene comune, patrimonio dimenticato

Un grande giardino, di Gilles Clément e Vincent Gravé, giardino piantato e coltivato in collaborazione con gli abitanti del quartiere Zen di Palermo - attività di Manifesta 12 ©Manifesta foto di Cave Studio
Un grande giardino, di Gilles Clément e Vincent Gravé, giardino piantato e coltivato in collaborazione con gli abitanti del quartiere Zen di Palermo - attività di Manifesta 12 ©Manifesta foto di Cave Studio

Jesus - Bisaccia del mendicante - Agosto 2018
di ENZO BIANCHI

Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune. Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio.

Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a una corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica. Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con l’attuale assetto democratico; sociale, perché non si è più capaci di un orientamento comune per la società; legale, perché l’illegalità sembra prevalere sempre più; morale, etica, perché vengono a mancare i principi di giustizia e di uguaglianza. E infine, ovviamente, crisi finanziaria ed economica, patita da moltissime persone.

Di fronte a questa situazione – che le stesse “agenzie formative” come la scuola e la stessa chiesa non hanno finora saputo fronteggiare con efficacia – emerge la necessità di una controtendenza che si può solo esprimere in una ricerca del bene comune.

Bene comune – quest’unica espressione composta da due parole – è un concetto essenziale per la convivenza, per la qualità della vita nella polis. “Bene” indica ciò che noi vorremmo e ciò che auguriamo alle persone cui siamo legati: il bene (bonum) è quanto gli uomini e le donne desiderano per vivere in pienezza. Bene comune non è semplicemente un patrimonio comune, qualcosa di materiale posseduto insieme, ma è l’insieme delle condizioni di vita che favoriscono il “ben-essere”, l’umanizzazione di tutti: bene comune sono anche la cultura, la democrazia, l’arte… Il naturale destinatario del bene comune allora non è più l’individuo ma la persona enlla sua unicità e interezza.

La società è antecedente all’individuo, come l’unità del corpo è antecedente alle membra che lo compongono: perciò il bene di ciascuno abbisogna del bene comune che lo precede e che gli consente di definirsi. Oggi vediamo dominante la concezione individualistica e utilitaristica della società e pensiamo che l’organizzazione della città debba garantire ai suoi membri i diritti individuali, ma in questo modo riduciamo l’interesse generale alla semplice somma degli interessi individuali e tralasciamo il bene comune.

È proprio vero che l’economia è il fondamento della società e che l’utile ne è la sola ragion d’essere? È proprio vero che ciascuno debba perseguire il proprio interesse e che nessuno possa intervenire a disturbare il gioco? La vita buona riguarda solo la vita privata degli individui oppure i diritti individuali devono essere ottemperati con i diritti degli altri, nella ricerca del bene comune? Ecco perché la vita buona non può essere dettata solo dall’economia e dalla capacità di consumo.

È un ambito in cui assistiamo da tempo a una triste afonia dei cristiani nella vita politica, quasi che la dimensione comunionale propria dei discepoli del Signore non sia in grado di offrire un contributo valoriale specifico nella compagnia degli uomini. Eppure, nell’attuale crisi a livello occidentale occorre tornare tutti insieme – indipendentemente dal proprio credo, ma facendo tesoro delle ricchezze che questo racchiude – alla ricerca del bene comune, anche perché le scienze umane attestano sempre più che “vivere è inter homines esse”: stare tra gli uomini, vivere le relazioni umane è ciò che ci umanizza, ma è anche la prima forma del bene che gli esseri umani conoscono, un bene “comune”. Senza ecosistema relazionale, comunitario, politico, non ci può essere cammino di umanizzazione, ma solo il perseguire interessi individuali ed egoismi competitivi che portano a ingiustizia, ineguaglianza e, di conseguenza, conflitto, violenza, guerra! È questo che vogliamo, come cristiani?

Pubblicato su: Jesus