Le lacrime di Dio
3 aprile 2026
Gv 18,1-19,42
Omelia di fr. Sabino Chialà, priore di Bose
Fratelli e sorelle,
eccoci giunti all’ora della passione e della compassione. Il Signore e Maestro, che si era abbassato ai piedi dei suoi discepoli e li aveva lavati, è più che mai Signore e Maestro ora che dà pieno compimento alla parola dall’evangelista Giovanni: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Affermazione che introduce e giustifica non solo la lavanda dei piedi, ma l’intera passione e morte di Gesù.
Amore fino alla fine… dove l’espressione “fino alla fine” non ha una connotazione temporale. Esprime invece la qualità di una relazione: quella che Gesù ha vissuto con “i suoi”. Suoi… pur essendo “nel mondo”. Ad essi Gesù, il Signore, non può non restare fedele: liberamente fedele!
La passione è innanzitutto narrazione di questa fedeltà. Una fedeltà che assume tanti volti: uno di questi è la compassione. La morte di Gesù in croce è espressione della compassione di Dio per noi e le nostre fatiche e ferite. Compassione nel senso etimologico del termine, cioè come “condivisione di passione”.
È quello che ci suggeriscono anche la prima e la seconda lettura di questa liturgia. Nella profezia di Isaia abbiamo ascoltato il dramma di questo anonimo servo del Signore, nel quale i cristiani hanno visto la prefigurazione profetica di Gesù, che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4); che “portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,12). Similmente nella lettera agli Ebrei, Gesù è il sommo sacerdote che “sa prendere parte alle nostre debolezze” (Eb 4,15) e che “è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore” (Eb 5,2). La passione è dunque anche evento di compassione: libera scelta, da parte di Dio, di stare accanto a chi soffre, fino a condividerne il dolore, a provarlo nella sua stessa carne: la carne di Dio.
Ieri, in quel primo movimento della passione del Maestro abbiamo contemplato un Dio che, con il suo modo di porsi, aveva indicato una via percorribile: l’atteggiamento da assumere, per ritrovare il giusto sguardo su questo mondo e così riorientarlo alla vita. Oggi, in questo secondo movimento, l’insegnamento si trasforma in compassione: mistero di condivisione, di compartecipazione.
La croce dice innanzitutto che il dolore del mondo non è estraneo a Dio, che egli lo prende su di sé, lo assume e lo integra nel mistero pasquale. Questo diciamo ogni volta che confessiamo l’Agnello che prende su di sé il peccato del mondo. Diciamo che tutte le lacrime versate dagli uomini e dalle donne di questo tempo e di ogni tempo sono prese in carico da Dio, e diventano lacrime di Dio: questo è un primo messaggio che ci viene dalla croce di Cristo.
Ve n’è però uno ulteriore, anch’esso espressione ed effetto della compassione di quel Dio che in Gesù Cristo sale sulla croce: assumendo le nostre ferite, entrando in esse, egli infonde forza, sostiene, incoraggia, svuota le solitudini del patire. La sua non è una compassione vagamente consolatoria: è mistero di presenza al cuore di ogni oltraggio. È assicurazione che ovunque si versa una lacrima, il nostro Dio è già presente, quale Signore della storia, anche laddove sembra perdente e la storia è un cumulo di macerie.
Questo è il Messia di cui ci parla Giovanni nel suo racconto della passione: tradito, catturato, interrogato, schiaffeggiato… e poi ancora flagellato, insultato, condannato a morte, spogliato e crocifisso... ma Signore (Kyrios), fino alla fine. Anche nella morte è Signore, infatti ne accoglie il compimento e si consegna con un dono: “Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, consegnò lo spirito” (Gv 19,30).
La sua non è una compassione vile, remissiva, fatalista. È una compassione responsabile: quella di chi sa stare anche nelle situazioni più degradanti con dolcezza e franchezza, con presenza e abbandono, con la sua parola e il suo silenzio … fino alla fine. È catturato, ma interloquisce con i soldati e chiede che i suoi siano preservati (Gv 18,8). È sottoposto a un interrogatorio da parte del sommo sacerdote, ma lo rimanda a quello che aveva insegnato (Gv 18,19-21). È schiaffeggiato da una guardia, ma non viene meno alla sua responsabilità di chiedergliene conto: “Se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
Anche davanti a Pilato assume un atteggiamento fermo e docile, mostrando la libertà di chi non rinuncia ad essere se stesso anche in un contesto che ne minaccia la dignità. E al governatore che si fa forte del suo “potere”, minacciandolo: “Non mi parli? Non sai che ho il potere (evxousi,a) di metterti in libertà e il potere (evxousi,a) di metterti in croce?” (v. 19,10), Gesù risponde mostrando la sua autorità di uomo libero: “Tu non avresti alcun potere (exousia) su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11).
Il confronto con Pilato rivela l’ambiguità di quella realtà che chiamiamo “potere”, della quale nel nostro tempo vediamo così tante declinazioni e soprattutto abusi. A una prima lettura della passione l’uomo forte sembra essere Pilato: colui che tiene in mano le sorti di Gesù e del popolo. Ma il racconto svela quanto fragile e soprattutto illusorio sia quel potere: alla fine Pilato è costretto a fare quello che non vorrebbe, che addirittura ritiene ingiusto, come afferma lui stesso per due volte: “Io non trovo in lui colpa alcuna” (Gv 18,38); e ancora, poco oltre: “Prendetelo e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa” (Gv 19,6).
L’evangelista dice che Pilato agisce così perché ha paura (Gv 19,8); e alla fine cede ai ricatti di chi, per assurdo, dichiara di non avere alcun potere. Quando Pilato cercherà di liberarsi di Gesù rimandandolo ai capi, perché lo giudichino secondo la loro legge, essi replicano: “A noi non è consentito mettere a morte nessuno” (Gv 18,31). Curioso intreccio di poteri: il potente Pilato farà la volontà di coloro che non hanno alcun potere! E da quel confronto nel quale il degrado raggiunto è tale che i capi religiosi dicono: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19,15) – una bestemmia in bocca a chi sa che l’unico re legittimo è Dio! – Pilato esce sconfitto: “Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso” (Gv 19,16).
Quello che accade a Gesù è una somma ingiustizia, operata però da burattini che sono gli uni nelle mani degli altri, in un groviglio dove nessuno esprime una vera autorità, perché su tutti sovrasta il Cesare di turno, come essi stessi ammettono. In fondo i capi religiosi dicono la verità: “Non abbiamo altro re che Cesare!”. E quando l’unico re è Cesare o, meglio, le loro paure, i loro interessi, i loro calcoli meschini… tutto può accadere, anche le peggiori nefandezze. Tutto diventa giustificabile e sacrificabile, anche le vite di uomini e donne innocenti, e di popoli interi.
Gesù, invece, resta libero; e ancora dalla croce esercita la propria autorità, che si esprime nel prendersi cura: questa volta del discepolo amato e di sua madre. All’inizio della passione, mentre veniva catturato, si era assicurato che non facessero del male ai suoi: “Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8). Ora, ormai vicino all’ultimo respiro, il suo sguardo è il medesimo: “Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’” (Gv 19,26-27).
Questo significa che la passione non lo ha abbrutito: l’ha attraversata restando libero di amare. Gesù resta così il Signore fino alla fine, esercitando l’autentica autorità fino all’ultimo respiro. Il male ha straziato il suo corpo ma non ha scalfito la sua umanità, come Pilato stesso, inconsapevole della grandezza della sua affermazione, proclama: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). Ecco l’uomo, ecco il Messia, ecco il Figlio di Dio… nella cui passione in quest’ora contempliamo il Dio fattosi uomo, entrato nella nostra storia, per esserci accanto, per compatire la nostre sofferenze, per confermarci che non ha abbandonato questo mondo.
La croce è così svelamento della compassione divina, che incoraggia a vivere, e che sostiene nella lotta contro il male. Ci ricorda che è possibile vivere anche il male, senza diventare male. In un tempo come il nostro, nel quale siamo a volte tentati dallo sconforto perché tutto ci sembra travolto e sfigurato da potenti senza autorità… il Crocifisso ci consola rimandandoci alla vera autorità, ed è per noi incoraggiamento a camminare, anche nel buio, consapevoli che quel buio è abitato dal Messia, il Figlio di Dio.